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foto di: web
Remembering ‘’Pasta’’
Poche oggi le commemorazioni, del resto c’è poco da celebrare, come sottolinea il generale Riccò nel suo libro
02-07-2026 - Il 2 luglio 1993, a Mogadiscio, nell’area ove era dislocato il checkpoint italiano “Pasta”, nei pressi del vecchio pastificio, ebbe luogo un duro combattimenti in cui caddero tre soldati italiani.
Poche oggi le commemorazioni, in genere all’interno dei reparti che soffrirono perdite in termini di morti e feriti, e del resto c’è poco da celebrare.
Dalle pagine del libro “I Diavoli Neri”, del generale Paolo Riccò, traspare quanto necessario a capire. Soprattutto perché vi sia poco da celebrare.

La genesi di quella giornata fu una serie di errori, statunitensi e italiani.
Cui i somali ci misero del loro considerato che nel computo matematico delle perdite, le presero sonoramente.
Perse tuttavia la missione, perché si comprese che non fosse possibile proseguirla.
Dopo, nulla sarebbe stato più lo stesso.

E perse l’Italia perché allora chi di dovere non si applicò né a capire in cosa si fosse errato, né a rendere il dovuto a chi aveva ben operato, come professionista delle armi.
L’Italia, sull’onda della tradizione romana nata ai tempi dell’etrusco Porsenna e della sua invasione dell’agro della Roma repubblicana, è prodiga nell’enumerare eroismi quando le busca, ma adesso non è capace neppure d’inventarsi eroi, come fece Roma con Orazio Coclite, Muzio Scevola, Tito Tazio e pure le oche del Campidoglio.

Tutto, pertanto, finisce con gli onori ai Caduti – che è giusto rammentare – guardandosi bene dall’approfondire. Hai visto mai che a qualcuno potrebbe venir voglia di capire come li si sia mandati a morire.
E se non si devono scandagliare troppo i fatti, ciò vale anche per quelli costruttivi, perché a loro volta potrebbero gettare ombre e luci diverse su quelli meno edificanti.

Ad ogni modo, consiglio davvero la lettura del libro, che scorre come un bicchiere d’acqua.
Vi ho rivisto – e non lo dico per sfruttare l’onda – aspetti intravisti nel mio “Nassiriyah”.
Anche se ne “I Diavoli Neri” la protagonista è una compagnia di fanteria paracadutista, e nel mio lavoro un reggimento CC MSU.

Li unisce qualche ordine sballato, la disperata voglia dei “ragazzi” di rimediare e far la loro parte, e l’imbarazzo dei pesta-bottoni nella stanza apposita nel ricostruire e trarre insegnamenti, affinché non s’abbia a ripetere il pasticcio.

Ma li unisce pure l’assenza di querele da parte di chi – riconoscibilissimo – non ci fece una gran figura, e lo scarso spazio conferito a quelle pagine.
Il libro del gen. Riccò fu presentato nella sede delle Medaglie d’Oro al Valor Militare solo un paio d’anni fa.
Tuttavia se quella compagnia di ragazzi di leva, la 15^ del V btg. del 186° rgt. “Folgore” ancora si riunisce, vuol dire che il loro “capo” disse il vero, riuscendo scomodo quanto si vuole.
Vuol dire che insegnò loro a combattere, e che sul posto fece il meglio per loro.
Non erano obbligati da nessuno a rimanergli attorno a distanza di anni, e con qualche doloroso ricordo per sempre negli occhi.

Fu giornata di paura e sangue, di quelle in cui esce fuori cosa si è dentro, al di là d’albagia, e vanagloria.
Di quelle che strappano la maschera.
Ho conosciuto paracadutisti, incursori, cavalieri, carabinieri paracadutisti che furono presenti.
Ragazzi normali cui fu chiesto di compiere ciò che del tutto normale non è.
Ne ho avuti alle dipendenze, mai dettero mostra di sentirsi superman.
Alcuni li ebbi al fianco in altre giornate tribolate, e seppero sempre e solo dare il loro onesto contributo di “ragazzi”, magari un po’ cresciuti.

Oggi, mentre la giornata si chiude, e i social son pieni di retoriche frasi, quelle a volte anche un po’ banali, ho preso il coraggio e scritto.
Non intendo togliere spazio a chi c’era, ma solo ricordare che meritano che si legga cosa ebbero la forza di compiere.

Per ritornare “a baita”, come si dice fra le penne nere.
E riportarci il ragazzo che stava loro a fianco.
In una fratellanza eterna, davvero.
E qui lo dico senza retorica. Riproponendo il senso di “Noi pochi, noi banda di fratelli” dell’Enrico V di Shakespeare, prima di Azincourt.
Perché chi ha combattuto spalla a spalla, sarà sempre un fratello, e gli si potrà perdonare molto di più di ciò che di norma si accetta da un amico, da un congiunto.

E allora mi permetto di rendere un omaggio, rispettoso, a coloro che se ne sono andati in quel giorno di violenza, e a tutti coloro che erano loro accanto, a volte cogliendone l’ultimo respiro.

Carmelo Burgio
 
  


 
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