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foto di: Enricoberlinguer.it
La sinistra italiana, dal coraggio alla vertigine del vuoto
La sua storia degli ultimi cinquant’anni è stata attraversata dal filo della coerenza
11-08-2026 - C’è un filo che attraversa la storia della sinistra italiana degli ultimi cinquant’anni, ed è il filo della coerenza: pochi, in quel campo, hanno saputo tenerlo in mano fino in fondo.
A rileggere con onestà i fatti, senza il filtro nostalgico né quello liquidatorio, tre nomi, nella mia lettura, restano incisi come punti fermi: Enrico Berlinguer, Fausto Bertinotti, Pier Luigi Bersani — una selezione personale, non una classifica storica, che lascia fuori altre figure rilevanti della sinistra italiana. Tre modi diversi di intendere la politica, ma uniti da un tratto comune, oggi merce rara: dire la stessa cosa dentro e fuori il Palazzo.

Berlinguer pose la “questione morale” prima ancora che diventasse un titolo di giornale, quando ancora suonava come un atto di accusa rivolto al proprio stesso mondo.
La sua distanza da Mosca non nacque nel 1979: affondava le radici già nella condanna dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968, e si consolidò per gradi lungo tutti gli anni Settanta fino a teorizzare, con l’“eurocomunismo”, un’autonomia piena dal blocco sovietico.
L’invasione dell’Afghanistan del dicembre 1979 fu un passaggio significativo di quel percorso, non il suo punto di rottura.
A quella traiettoria si affiancò la teorizzazione dell’austerità come scelta di civiltà, non come imposizione contabile — posizione che gli costò un isolamento politico crescente.

Bertinotti ha rappresentato, nel bene e nel male, l’ultimo tentativo di tenere insieme rappresentanza del lavoro e purezza ideologica.
Alla crisi del secondo governo Prodi, nel gennaio 2008, Bertinotti — allora Presidente della Camera — non fu la causa diretta: la caduta fu determinata dalla complessa dinamica di maggioranza, in particolare dalla scissione dell’UDEUR di Clemente Mastella e dal venir meno della fiducia al Senato.
Resta però a Bertinotti, e a Rifondazione Comunista, una responsabilità politica più generale nell’aver reso quella maggioranza strutturalmente fragile fin dall’origine, per la difficoltà di conciliare l’intransigenza ideologica con le esigenze di governo.

Bersani, arrivato dalla tradizione emiliana del PCI-PDS, ha incarnato la versione più pragmatica di quella stessa onestà: la sconfitta del 2013, la mancata “non vittoria” contro un Berlusconi già logorato, resta una delle pagine più discusse della storia recente del centrosinistra.
Anche i suoi avversari hanno riconosciuto, nel complesso, una certa coerenza tra le sue posizioni pubbliche e la sua azione politica.
Il vuoto
Dopo quella stagione, qualcosa si è rotto. Il Partito Democratico ha attraversato un decennio di segreterie e controsegreterie — Renzi, Martina, Zingaretti — che hanno consumato energie nella gestione interna più che nella costruzione di un progetto riconoscibile per il Paese.
È il periodo che molti osservatori, me compreso, leggono come una fase di smarrimento: a mio giudizio — e qui l’analisi lascia il campo dei fatti verificabili per entrare in quello dell’interpretazione politica — la sinistra ha spesso rincorso priorità impostate altrove, dalla flessibilità del mercato del lavoro con il Jobs Act alla svolta securitaria e giustizialista nell’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle, più che elaborare un’agenda propria e riconoscibile.

Oggi: Schlein e Conte
Nel presente, i due volti che si contendono la rappresentanza dell’opposizione sono Elly Schlein e Giuseppe Conte.
Sono leadership diverse per storia e linguaggio — l’una nata nella tradizione progressista e ambientalista europea, l’altra emersa dall’esperienza di governo del Movimento 5 Stelle — ma che condividono lo stesso nodo irrisolto: la difficoltà di trasformare il consenso nei sondaggi e nelle piazze in un’alternativa di governo credibile e coesa.
La competizione, più che la collaborazione, tra PD e M5S rappresenta oggi uno dei principali ostacoli alla costruzione di una proposta unitaria, e questo pesa sulla capacità della sinistra italiana di incidere sulle grandi partite del Paese: lavoro, natalità, sicurezza energetica, politica estera.

Cosa può aspettarsi il Paese
Nel breve periodo, è ragionevole immaginare che l’opposizione resti frammentata su alleanze territoriali costruite più per necessità elettorale che per visione comune, con il rischio di consegnare al centrodestra un vantaggio strutturale anche nelle prossime tornate amministrative e, potenzialmente, in quella politica. Il Paese ha bisogno — e qui il giudizio è legittimamente di merito — di un’opposizione capace di proposta e non solo di contrapposizione: sul costo dell’energia, sulla natalità, sul lavoro giovanile, sulla collocazione internazionale dell’Italia in un contesto geopolitico sempre più instabile.

Un riconoscimento, e uno sguardo aperto
In questo quadro, va riconosciuto con onestà intellettuale il fatto che l’Italia abbia oggi, alla guida del governo, una donna capace di tenere la barra ferma in un contesto internazionale complesso: Giorgia Meloni ha saputo garantire continuità e credibilità sul piano della politica estera ed economica, un dato che merita di essere registrato indipendentemente dalle appartenenze.
E se il dibattito pubblico italiano si arricchisce di nuove voci — penso anche al generale Roberto Vannacci — capaci di portare nel confronto pubblico temi che per lungo tempo hanno trovato poco spazio nel dibattito politico, ciò non può che essere positivo: il pluralismo, quando è autentico, è sempre una ricchezza per la democrazia.
La democrazia non ha bisogno di una sinistra debole né di una destra incontestata: ha bisogno di una competizione politica capace di produrre idee, responsabilità e alternative credibili.


Pierangelo Panozzo
 
  


 
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