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foto di: cybernaua
La mutua difesa del ‘’patto sunnita’’
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno siglato un accordo per ''rafforzare la deterrenza collettiva contro atti di aggressione''
14-08-2026 - 

Nei giorni scorsi, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno siglato un accordo di difesa congiunta con clausola di mutua assistenza: un attacco contro uno dei tre paesi potrà essere considerato un attacco contro tutti e tre e non prevede, comunque, una risposta automatica.
Atteso il poco spazio riservato dai media alla notizia appare necessario approfondire l’evento.
L’intesa è stata annunciata al termine di un vertice nella città santa della Mecca tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.
Il patto arriva a 18 mesi dall’escalation del 28 febbraio 2025, quando USA e Israele hanno contrastato militarmente il tentativo dell’Iran di dotarsi dell’arma atomica.

In risposta a questa alleanza “sunnita”, Teheran e i suoi alleati regionali (principalmente gruppi terroristici sciiti) hanno lanciato attacchi contro obiettivi in Arabia Saudita e altri paesi del Golfo, e hanno interrotto anche il traffico nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, come noto a tutti, due rotte fondamentali per il petrolio mondiale.
Per Riad l’accordo è una risposta diretta a quella vulnerabilità.
Già nel 2024-2025 il gruppo terroristico Houthi yemenita sostenuto dall’Iran aveva proclamato un "embargo marittimo" contro l’Arabia Saudita, colpendo aeroporti, impianti petroliferi e petroliere nel Mar Rosso.

A pesare anche i raid israeliani del 2024 a Doha, che avevano come obiettivo di neutralizzare alti dirigenti del gruppo terroristico di Hamas.
Secondo l’ultimo rapporto del Centre for Strategic and International Studies del luglio 2026, "in tutto il Golfo Arabico gli stati hanno ricalibrato le proprie strategie di difesa" dopo aver avuto la percezione che la protezione americana non sembrava più automatica. Il patto della Mecca è la risposta saudita più concreta.
Arabia Saudita e Pakistan avevano già annunciato un’intesa bilaterale di difesa nel 2024.
Ora il cerchio si allarga ufficialmente alla Turchia. Nel comunicato congiunto i tre paesi parlano di "rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione".

Il testo stabilisce che "qualsiasi attacco armato contro uno dei tre Stati sarebbe considerato un attacco contro tutti". L’accordo prevede inoltre "il potenziamento di tutti gli aspetti della cooperazione in materia di difesa", con esercitazioni congiunte, scambio d’intelligence e coproduzione di armamenti.
Un funzionario governativo turco ha però precisato che il patto è "di natura puramente difensiva".
E a differenza della NATO, non specifica nel dettaglio quali siano gli obblighi concreti di ciascun paese in caso di attacco, né prevede un comando militare integrato.
I tre paesi portano al tavolo interessi diversi ma complementari.

L’Arabia Saudita cerca garanzie in una regione in cui l’architettura della sicurezza è stata stravolta dalle operazioni di USA e Israele contro il regime al potere in Iran del 2025.
Con il Pakistan ottiene una "deterrenza nucleare" implicita. Con la Turchia ottiene tecnologia militare, droni Bayraktar e naviglio (fregate).
L’obiettivo dichiarato è non dipendere più solo dagli Stati Uniti, impegnati anche su scenari che coinvolgono la Repubblica di Cina-Taiwan e l’Ucraina.

Per Islamabad il patto arriva dopo che a maggio 2025 le tensioni con l’India sono degenerate in un conflitto aperto di 4 giorni, poi congelato con mediazione saudita e turca.
Avere dalla propria parte la potenza economica saudita e l’industria militare turca è oggi un valore strategico enorme per il Pakistan, alle prese con crisi economica e conseguente debito pubblico in aumento.
Il Pakistan sta inoltre aumentando il proprio peso diplomatico: ha fatto da mediatore tra Iran e USA nel 2025 e ha ospitato a Islamabad i negoziati per il cessate il fuoco.
Quest’accordo ne aumenta il ruolo di attore regionale.

Per Ankara, secondo alcuni analisti della regione, l’accordo apre opportunità per la sua industria della difesa attraverso "coproduzione, partnership tecnologiche, acquisti e maggiore interoperabilità militare".
Per il presidente turco è anche un modo per proiettare l’influenza turca in Medio Oriente, Africa e in quasi tutto il mondo sunnita, in competizione sia con Iran sia con gli Emirati Arabi Uniti.
La reazione iraniana è stata immediata e dura.
Ebrahim Rezaei, membro della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, ha dichiarato che: "I sauditi dovrebbero sapere che un accordo su carta con Turchia e Pakistan non porta loro sicurezza, così come anni di “mungitura unilaterale” degli americani non gli hanno portato sicurezza".
Teheran teme l’accerchiamento.
Sul piano teorico l’accordo di mutua difesa è chiaro.
Nella pratica solleva dubbi enormi.
La Turchia (numericamente secondo esercito della NATO) sarebbe obbligata a entrare in guerra se l’Arabia Saudita (una delle potenze economiche mondiali) riprendesse un conflitto su larga scala con gli Houthi nello Yemen?
L’Arabia Saudita dovrebbe dichiarare guerra all’India in caso di nuova crisi con il Pakistan (potenza nucleare dichiarata). Ogni scenario richiederebbe calcoli complessi e diplomazia per evitare l’escalation.

Non esiste un "Articolo 5" automatico come nella NATO. Gli analisti sottolineano che mancherebbero meccanismi di consultazione vincolanti.
L’unico effetto certo su cui i tre paesi puntano è la deterrenza. Il fatto stesso che ora ciascuno abbia altre due potenze regionali alleate non rende l’aggressione impossibile, ma ne alza di molto il costo potenziale.
Con il patto della Mecca nascerebbe di fatto un blocco sunnita composto da petrolio saudita, industria militare turca e forza militare e nucleare pakistana. Non è un’alleanza militare classica, ma un messaggio politico: in un Medio Oriente post-2025, dove USA e Israele sarebbero stati costretti dagli eventi a intervenire in Iran.

Le tre nazioni musulmane più potenti vogliono contare di più e dipendere di meno da Washington. Resta da vedere se, al momento di dover scegliere tra carta e guerra, i tre firmatari saranno davvero pronti a combattere gli uni per gli altri.
Inoltre da evidenziare che il ministro degli esteri turco ha dichiarato di aspettarsi che l'Egitto (paese a larghissima maggioranza sunnita – 90% su più di 110 milioni) aderisca al patto di difesa, ora trilaterale "nella prossima fase", un patto che, a suo avviso, è destinato a estendersi ad altri partner in Medio Oriente.

"L'Egitto è già un nostro partner naturale su tutte le questioni. Credo che nella prossima fase, anche l'Egitto sarà con noi nell'alleanza", ha affermato il ministro turco.
Il ministro turco, il cui presidente era stato definito a suo tempo dal presidente del consiglio Draghi un dittatore, ha anche affermato: "Secondo la visione del nostro presidente, non dovremmo limitarci a tre Paesi, dobbiamo sviluppare e, se necessario, riunire tutti i Paesi sotto un unico tetto".
Da rilevare che la Turchia è paese membro della NATO e questa nuova partecipazione a un’alleanza regionale per lo meno, stride con i principi dell’Alleanza Atlantica.


Giuseppe Morabito
 
  


 
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