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Donne invisibili nei campi
Dall'India all'Africa, dall'Egitto all'Italia, la stessa ingiustizia con volti diversi (ne riporta Pierangelo Panozzo)
20-08-2026 - Nell’International Year of the Woman Farmer 2026, quattro Paesi raccontano la stessa disuguaglianza in forme diverse.
C'è un paradosso che attraversa l'agricoltura mondiale: le donne sono indispensabili per produrre cibo, allevare animali e sostenere le economie rurali, ma raramente vengono riconosciute fino in fondo come agricoltrici, imprenditrici o titolari di risorse.
È la contraddizione che il 2026 — proclamato dall’Assemblea generale dell'ONU International Year of the Woman Farmer con la risoluzione A/RES/78/279 — porta al centro dell'agenda internazionale, chiedendo di colmare le disuguaglianze nell'accesso a terra, credito e mercati.

India: il riconoscimento che manca
In India la quota di donne lavoratrici impegnate in agricoltura è salita dal 57% del 2017-18 al 64,4% del 2023-24, mentre per gli uomini è scesa dal 40,2% al 36,3%.
Ma il 50,5% di queste donne è classificato come "aiutante non retribuita" in azienda di famiglia, contro il 21,7% degli uomini: chi non è riconosciuta coltivatrice non accede a credito, sussidi e filiere organizzate.
Il divario di produttività tra aziende condotte da donne e da uomini di dimensioni comparabili è pari al 24%, secondo la FAO, che attribuisce lo scarto non alla capacità ma all'accesso ineguale a risorse e input.

Africa subsahariana: la terra che non si possiede
Il problema si sposta sulla proprietà. In 28 dei 32 Paesi subsahariani analizzati dalla FAO, gli uomini hanno più probabilità delle donne di possedere o controllare terra agricola, pur rappresentando le donne quasi la metà (49%) della forza lavoro agroalimentare del continente.
Uno studio della Banca Mondiale su sei Paesi — Etiopia, Malawi, Niger, Nigeria, Tanzania e Uganda — ha rilevato divari di produttività per ettaro tra il 13% e il 25%, imputabili all'esclusione da credito, fertilizzanti e servizi tecnici, non a minore competenza.

Egitto: lavorare senza decidere
Nell'agricoltura familiare egiziana la FAO descrive una rigida divisione dei compiti: agli uomini preparazione dei terreni, irrigazione e trattamenti; alle donne allevamento, avicoltura e gran parte della raccolta.
È il paradosso della cura senza controllo: un contributo produttivo sostanziale che raramente si traduce in potere decisionale su input, credito e vendita — una dinamica che la FAO osserva più in generale nell'intera regione MENA.

Italia: più titolari, non ancora pari
L'Italia mostra il percorso più avanzato.
Secondo il 7° Censimento Istat, nel 2020 le donne erano a capo del 31,5% delle aziende agricole (355mila), in crescita dal 30,7% del 2010 e dal 25,8% del 2000. Coldiretti stima in quasi 200mila le imprenditrici agricole, il 28% del settore, con il 60% di queste impegnato in attività sostenibili.
Non è parità, ma è un modello di riconoscimento che gran parte del mondo agricolo non ha ancora raggiunto.

Una sola architettura, quattro forme
In India manca il riconoscimento, in Africa la proprietà, in Egitto il potere decisionale, in Italia la parità piena.
Non è la stessa ingiustizia, ma la stessa struttura di squilibrio declinata diversamente. La domanda che unisce Nuova Delhi, Nairobi, Il Cairo e Roma non è più se le donne lavorino la terra — lo fanno, ovunque in misura crescente — ma quando i sistemi statistici, finanziari e giuridici riconosceranno pienamente ciò che accade ogni giorno nei campi.

Pierangelo Panozzo
 
  


 
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