18:08 martedì 21.04.2026
La pace che cambia il cuore
Papa Leone XIV ha celebrato la sua prima Pasqua in piazza san Pietro
fotografie di: P. Panozzo

06-04-2026 - Il biglietto rosso della Prefettura della Casa Pontificia porta il numero 0587.
È il documento che mi ha consentito di accedere, questa mattina, alla prima Messa Pasquale presieduta da Papa Leone XIV sul sagrato della Basilica di San Pietro.
Celebrazione che resterà nella memoria non soltanto per la sua solennità liturgica, ma per la forza — lucida, misurata, inesorabile — con cui il Pontefice ha rivolto al mondo un appello che trascende il recinto della devozione religiosa per entrare a pieno titolo nel dibattito politico globale.

Cinquantamila fedeli giunti da ogni angolo della terra, un sagrato trasformato in un giardino di 65.000 bulbi di tulipani, narcisi e giacinti offerti per il quarantesimo anno consecutivo dai vivaisti olandesi, il cero pasquale acceso nella notte del Sabato Santo, il Vangelo proclamato in latino e in greco: tutto concorreva a fare di questa mattinata romana qualcosa di raro, sospeso tra il peso della storia e la leggerezza propria di ogni alba.
Eppure Leone XIV — al secolo Robert Francis Prevost, primo Papa americano della storia — non si è lasciato sedurre dalla retorica della festa.
La sua omelia ha colpito per la lucidità diagnostica con cui ha descritto il mondo contemporaneo, senza indulgere in consolazioni premature.
«La morte è sempre in agguato», ha detto il Pontefice dalla sua voce ferma e posata, che non cerca l’effetto ma la sostanza. «La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili.
La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge».

Chi ha seguito il Triduo Pasquale nella sua interezza — dalla Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo alla Veglia nella notte del Sabato — ha potuto misurare la coerenza di un pontificato che ha scelto la pace come tema strutturale, non congiunturale.
Non un tema dettato dall’agenda mediatica, ma una postura teologica e politica deliberata, costruita mattone dopo mattone fin dal giorno dell’elezione.
Nell’omelia, Leone XIV ha citato con affetto il suo predecessore, richiamando il numero 276 dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco per ricordare che «la risurrezione di Cristo non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo.
Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione.» Il gesto non è soltanto di pietà filiale verso Bergoglio — scomparso esattamente un anno fa, il lunedì dell’Angelo 2025, dopo aver pronunciato le sue ultime parole pubbliche proprio da quella Loggia delle Benedizioni.
È anche una scelta di continuità programmatica: il nuovo Papa dice al mondo che la bussola non è cambiata.

Ma la voce è diversa.
Dove Francesco privilegiava la parabola e l’immagine, Leone XIV sceglie la proposizione diretta, quasi giuridica nella sua precisione.
Lo si è percepito con nettezza nel momento culminante della giornata: l’Urbi et Orbi, pronunciato dalla Loggia centrale della Basilica davanti a una piazza inondata di sole.
«Chi ha in mano armi le deponga. Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace. Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo. Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo.» Le parole sono cadute sulla piazza — e sul mondo che seguiva in diretta — con il peso specifico di un atto politico, pur essendo formalmente un atto religioso. Leone XIV sa perfettamente che il suo microfono raggiunge capi di Stato, generali, negoziatori. E sa anche che la pace che chiede non è quella degli armistizi firmati sotto pressione: «La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi».

È questa la distinzione concettuale più rilevante dell’intera giornata, quella che un analista non può lasciar scorrere senza fermarsi.
In un panorama geopolitico in cui le trattative di pace vengono quasi sempre percepite come pause tattiche tra una fase bellica e l’altra, il Papa propone una categoria diversa: la conversione interiore come fondamento della pace strutturale. Non è ingenuità.
È la sfida più radicale che si possa rivolgere a chi gestisce il potere: non basta smettere di sparare, occorre smettere di voler dominare.
Sul rischio dell’assuefazione alla violenza, Leone XIV ha richiamato la «globalizzazione dell’indifferenza» cara a Francesco, denunciando come ci si stia «abituando alla violenza», diventando «indifferenti alla morte di migliaia di persone, alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano, alle conseguenze economiche e sociali che essi producono.» Una diagnosi che vale per i teatri di guerra noti — Ucraina, Gaza, Sudan, Myanmar — ma anche per quei conflitti dimenticati che non trovano spazio nei titoli di apertura eppure consumano generazioni.

Al termine dell’Urbi et Orbi, un annuncio inatteso: Leone XIV ha convocato una Veglia di preghiera per la pace per sabato 11 aprile, nella Basilica di San Pietro. Un gesto che trasforma la preghiera in agenda, la liturgia in strumento diplomatico.
Chi parteciperà non porterà soltanto il proprio raccoglimento: porterà un segnale politico preciso al mondo.
Ho lasciato Piazza San Pietro con il biglietto rosso ancora in mano.
Numero 0587. Un documento minuscolo, che testimonia la presenza a un evento che — ne sono convinto — sarà ricordato come uno dei momenti definitori del pontificato di Leone XIV.
Un Papa che non urla, che non cerca l’applauso, ma che pesa ogni parola come chi sa che le parole, in certi momenti della storia, pesano più delle armi.
Pierangelo Panozzo


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