16:49 domenica 10.05.2026
Leone XIV ha parlato all’Africa e al Mondo
Ha portato una sola bussola: il bene comune come criterio politico non negoziabile
fotografie di: P. Panozzo e Vatican Media

23-04-2026 - Si chiude oggi, 23 aprile 2026, sotto il cielo caldo di Malabo (ex-capitale della Guinea Equatoriale), il terzo viaggio apostolico internazionale di Papa Leone XIV.
Undici giorni, quattro nazioni — Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale — undici città, quasi diciottomila chilometri percorsi su un Airbus ITA Airways che ha attraversato l’Africa come un filo rosso teso tra fede e geopolitica.
Alle 12.15 ora locale, la cerimonia di congedo dall’aeroporto internazionale di Malabo. Arrivo previsto a Roma alle 19.55.
Non è stato un viaggio pastorale nel senso convenzionale del termine.
Chiunque abbia seguito questa missione con occhi diplomatici lo avrà compreso fin dalla prima tappa ad Algeri: Leone XIV — Robert Francis Prevost, agostiniano, americano di nascita ma romano per vocazione pontificia — ha costruito ogni tappa come un atto di presenza strategica in un continente che il mondo multipolare del 2026 si contende con ferocia crescente.

Le risorse del sottosuolo africano sono oggi al centro di conflitti armati, accordi segreti, interferenze extraregionali. Il Papa lo ha detto senza eufemismi, dal palazzo presidenziale di Malabo davanti al Presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo — l’uomo al potere da quasi mezzo secolo — richiamando la “colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari senza riguardo al diritto internazionale” come principale motore dei conflitti contemporanei.

La tappa in Guinea Equatoriale è stata la più simbolicamente densa.
Il 22 aprile a Mongomo, nella Basilica dell’Immacolata Concezione — il più grande edificio religioso dell’Africa centrale, ispirata alla stessa San Pietro — centomila fedeli hanno ascoltato un appello che non era solo spirituale: le ricchezze naturali, ha detto Leone, devono essere una benedizione per tutti, non un privilegio blindato da logiche estrattiviste.
Lo stesso giorno, a Bata, la visita al carcere ha consegnato un’altra immagine potente: detenuti che cantavano sotto la pioggia, e un Papa che ribadiva come la giustizia vera debba investire sulla dignità della persona, non soltanto sulla punizione.

La mattina del 23 aprile, l’ultima Messa allo stadio di Malabo — circa ventimila fedeli — ha segnato il sigillo liturgico di un itinerario che ha tenuto insieme memoria e profezia.
Leone ha più volte richiamato Papa Francesco, scomparso un anno fa: non per nostalgia, ma per continuità programmatica.
L’eredità di Bergoglio non è stata amministrata, è stata rilanciate con una consapevolezza geopolitica più esplicita, più calibrata all’architettura del mondo che cambia.
Il bilancio è inequivocabile.
Questo viaggio ha riposizionato la Santa Sede come interlocutore irrinunciabile in Africa, in un momento in cui Cina, Russia, potenze del Golfo e Washington si disputano alleanze, basi logistiche e corridoi minerari.

Leone XIV ha parlato a governi e popoli con lo stesso registro: esigente, rispettoso, libero da convenienze. Ha visitato carceri e basiliche, ha benedetto pietre fondative e incontrato giovani.
Ha attraversato l’Islam algerino, il pluralismo camerunense, il peso coloniale angolano, il petrolio equatoguineano.
E in ognuno di questi contesti ha portato una sola bussola: il bene comune come criterio politico non negoziabile.
Il volo di rientro verso Roma non chiude una pagina. La apre.
Pierangelo Panozzo


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