Ad Herat, abbiamo avuto la possibilità di visitare il carcere femminile. una struttura moderna ed esemplare
12-07-2010 - Ci accompagnano gli Alpini del 1° reggimento artiglieria di montagna, che fanno parte del contingente italiano attualmente impegnato in Afghanistan, a base Brigata Taurinense, al comando del generale Claudio Berto.
Racchiuso nel comprensorio comune anche al carcere maschile, è una struttura moderna, con ampi spazi, corridoi e stanze, in cui le donne possono svolgere varie attività.
Dopo averci dato il benvenuto, il comandante della struttura carceraria, generale Abdul Majid Sadeq, con l'aiuto dell’interprete Aref, ci illustra la situazione e l’organizzazione della struttura, in grado di ospitare duemila persone, tra cui anche pericolosi rappresentanti di Al Qaeda e talebani, che riescono a tenere impegnati mediante attività di apprendimento, con corsi di tecniche varie e lavori manuali.
“Per quanto riguarda il carcere femminile, ci dice il comandante, la struttura si giova di un'organizzazione in cui le madri possono accudire i propri figli grazie all’esistenza di kinder garden in cui i piccoli giocano nelle ore della mattina ed un’ampia aula di studio, in cui la maestra insegna a leggere e a scrivere, il pomeriggio, mentre le madri si dedicano ad attività di telaio, di cucito o di apprendimento in corsi di informatica”.
Sono ottantotto bambini, dai quattro ai sette anni, che vivono con le madri carcerate e che ai nostri occhi appaiono sereni e allegri, ben vestiti e nutriti.
Ci accolgono con grandi sorrisi, vogliono essere fotografati, vogliono essere presi in braccio, corrono per i corridoi sotto gli occhi sorridenti del comandante, che li tratta come un padre.
La tenente Silvia Guberti, che per il Provincial Reconstruction Team tiene i rapporti con le donne afghane, riportandone esigenze e problemi, accoglie tra le sue braccia una piccola e, accarezzandola, con gli occhi lucidi, sicuramente pensa alla sua bimba di cinque mesi, che in Italia, accudita dal papà, attende il suo ritorno.
Chiediamo ad una giovane detenuta il motivo della sua pena in carcere.
Attraverso la traduzione di Aref, apprendiamo che deve scontare dodici anni, accusata dalla prima moglie di suo marito, perito tra le fiamme di casa sua, di averne provocato la morte. Due mogli, due rivali. La prima ha accusato la seconda e la condanna è stata definitiva. Ha scontato già quattro anni e mezzo, ci dice con occhi rassegnati, che ci seguono mentre continuiamo la visita dell’ampia mensa e delle stanze attrezzate con telai e macchine da cucire, accompagnati dalle carceriere.
Sono rinchiuse, ma gli spazi sono ampi e luminosi, le porte aperte e possono ricevere le visite dei famigliari ogni giovedì.
Il comandante Sadeq, che ci accompagna, ha parole di profonda gratitudine per il sostegno italiano.
“Grazie al contributo del PRT, abbiamo potuto costruire strutture abitative per gli ufficiali che lavorano nel carcere, scuole per i loro figli, sistemi di sicurezza, esaudendo al massimo le nostre esigenze”.
Anche questo è aiutare l’Afghanistan nella sua ricerca di stabilità e tranquillità.
Maria Clara Mussa