L'intervista con...
foto di: I.Parpaglioni
Groenlandia - Ilulissat, terra dai mille volti
Intervista con Mr. Lars Erik Gabrielsen, sindaco di Ilulissat, Patrimonio dell’Unesco per la Disco Bay
06-08-2025 - Groenlandia, terra difficile, dura e inospitale.
Quando dal mare, inizi a sorvolare la seconda calotta glaciale più grande al mondo dopo l’Antartide, i primi tratti di costa sono roccia spigolosa e dopo pochi chilometri inizia il ghiaccio; una distesa bianca, lunga, senza intervalli, maestosa a perdita d’occhio.
Dopo ore di volo dalla costa est alla costa ovest, la terra gelata inizia a scurirsi e più avanti, ecco di nuovo montagne di pietra brulla, poche migliaia di metri ed ecco il mare.
La vista è da mozzare il fiato, quanto di più lontano si possa immaginare, gli iceberg danzano sull’oceano blu, iceberg immensi come isole. Eppure questa Nazione è abitata, le case sono colorate e il sottosuolo è ricco.
Ilulissat è Patrimonio dell’Unesco per la Disco Bay, per il suo fiordo ghiacciato - il magnifico Kangia, per la sua spettacolare fauna marina, per le sue cascate, per i suoi ghiacciai impossibili da immaginare da cui continuamente si distaccano pezzi di ghiaccio spettacolari e qui il freddo punge.
Questo è un posto dove l’uomo è ospite...ospite della natura che qui è espressione massima e inarrivabile della sua forza, della sua armonia e del suo equilibrio indipendentemente da tutto e da tutti.
Visitare quest’isola significa comprendere perché al momento la sua fama è sotto i riflettori della geopolitica ma aiuta anche a comprendere quanto c’è di vero e di possibile su ciò che viene detto su questo paese.
Allora perché non intervistare chi rappresenta i suoi cittadini, il sindaco di Ilulissat, Mr Lars Erik Gabrielsen, rappresentante del Comune di Avannaata.
//www.cybernaua.it/photoreportage/reportage.php?idnews=12928 (Versione inglese)
Lei, Mr Lars Erik Gabrielsen, è il Sindaco di Ilulissat, importante città e meta turistica della Groenlandia. Quando ci sono state le elezioni e qual è il suo Partito?
“Le elezioni si sono tenute il Primo Aprile 2025 e il mio partito è quello Socialdemocratico. “Siumut” è il nome locale, quello ufficiale. Il Partito è attivo in politica e al governo da quasi 45 anni ormai. Siamo stati parte della maggioranza per un lungo periodo, ma quest’anno il sostegno è calato in modo significativo. Tuttavia, alle elezioni municipali abbiamo vinto nel Comune di Avannaata che comprende le piccole città di Ilulissat, Uummannaq, Upernavik, Qaanaaq e alcuni altri insediamenti. Sono in carica come Sindaco dal 7 Maggio 2025”.
Ilulissat è Patrimonio dell’Unesco dal 2004 per il suo Fiordo Gelato, il Kangia. Ciò ha attirato più turisti?
“Non so esattamente quanto sia aumentato il turismo, ma la mia risposta è si. Ora abbiamo anche il centro dell’Icefjord, che forse non avremmo avuto senza il riconoscimento UNESCO.
C’è da dire comunque, che già quando ero bambino e parliamo di cinquant’anni fa, i turisti venivano qui perché abbiamo questi iceberg spettacolari e un paesaggio davvero unico al mondo. L’UNESCO ha sicuramente un ruolo nell’attirare i visitatori dall’estero, ma non so dire con certezza quanto questo porti valore alla nostra economia.
Siamo diventati sito UNESCO nel 2004 ma non è la nomina a Patrimonio dell’Umanità a fare la differenza; i veri protagonisti sono gli iceberg di Ilulissat nella Disco Bay. Essi sono un richiamo enorme, sono incredibili. Il settore del turismo si è sviluppato anche grazie a nuovi hotel, a più traffico e collegamenti... ma alla fine, gli iceberg e la nostra natura spettacolare, tra mare e terra, restano il valore più grande che abbiamo in città”.
Come i proventi del turismo vengono investiti nella città?
“In generale, il turismo ha un impatto sull’economia locale. Cerchiamo però di contrastare un’eccessiva influenza esterna, soprattutto da parte della Danimarca. Ci sono tanti cittadini danesi che vengono qui e fanno turismo, ma portano anche un certo tipo di controllo economico.
Abbiamo per esempio Tupilak, che è una compagnia conosciuta a livello mondiale, ma opera qui; anche Disco Line fa affari qui ma è danese e di proprietà di Tupilak.
Con la costruzione del nuovo aeroporto l’impatto sulle infrastrutture è forte, ma a livello economico locale non cambia molto per noi Inuit.
Ci sono anche altri tour operator sul nostro territorio che dicono di essere locali, ma non è così. Per noi, i veri locali sono quelli che sono cresciuti qui, che vivono qui e che investono nella comunità. La nostra economia non può perciò appartenere loro. Ad esempio, due giorni fa è arrivata una nave da crociera e invece di usare una barca locale, hanno usato un vecchio mezzo della Disco Line. C’erano otto turisti. Siamo in piena stagione, è il momento in cui si potrebbe davvero guadagnare, ma molte barche locali non vengono impiegate. E questo è anche uno dei motivi per cui combattiamo contro il turismo da crociera: non è un turismo sostenibile. C’è troppo impatto dall’esterno.
Le grandi compagnie usano agenti locali, ma questi non hanno né barche né attrezzature. E quando ci pagano, ci danno pochissimo. Se chiediamo loro un prezzo più alto, ci rispondono: “va bene, allora cambio compagnia”. Alla fine, il Comune non guadagna molto da questo tipo di turismo.
A guadagnarci sono le compagnie esterne, anche perché la legge consente loro di portare i profitti fuori dalla Groenlandia. È una situazione lunga da spiegare, ma davvero, davvero triste. E la cosa peggiore è che cercano anche di ostacolarci, dicendo di essere “locali”. Ma lo sono solo sulla carta. Non vediamo alcun contributo reale per la nostra società. Non partecipano attivamente. Forse qualcuno paga le tasse, forse qualche dipendente, ma non è così per tutti. La nostra compagnia invece e quelle di altri come me, pagano tutto. Se vedi dei risultati positivi, è solo grazie a chi è davvero del posto.
Noi paghiamo le tasse locali. Le grandi compagnie no. Albatros, Tupilak, Disco Line... non lavorano veramente per il bene della città. Ormai siamo divisi in due gruppi. Non parliamo neanche più tra di noi. È una situazione davvero negativa. E alla fine, chi guadagna dice sempre la stessa cosa: “siamo locali”.
Noi Inuit siamo ridotti a soli spettatori nella nostra stessa città”.
La Groenlandia è parte della Danimarca, quali settori sono di sua competenza e in quali settori avete autonomia?
“Abbiamo un governo eletto democraticamente, ma apparteniamo ancora alla Danimarca. Noi vogliamo essere indipendenti. Il desiderio d’indipendenza nasce, come ti dicevo prima, dal fatto che non ci sentiamo davvero parte di qualcun altro.
I turisti vengono qui, i soldi arrivano qui e noi vogliamo usare quei soldi per sviluppare noi stessi. Ma il nostro governo si sta muovendo troppo nella direzione danese. Non abbiamo le stesse opportunità.
Non possono dirci: “sei un cittadino locale, arrangiati da solo e sviluppati da solo”.
Ecco perché la Danimarca ha ancora molta influenza sulla nostra vita quotidiana. Riceviamo dei fondi dalla Danimarca, molti li chiamano “aiuti sociali”, ma sembra quasi che in cambio, vogliano possederci. Devono pagarci, sì, ma a che prezzo?
Qual è la formula giusta? Non lo so.
Il nostro governo è una democrazia, ma sembra un’élite. E il modo in cui funziona... sa troppo di Danimarca. A noi non sta bene. Il turismo stesso, viene gestito male.
I prezzi dei generi alimentari sono altissimi. Se scoprissero petrolio o minerali? Non ne avremmo nessun vantaggio. Le aziende arrivano, si prendono le risorse, poi magari falliscono o se ne vanno. E noi?
Non ne ricaviamo nulla. È per questo che siamo molto scettici sull’industria mineraria. Che tipo di guadagno ne avremmo noi? Ciò è evidente già nel turismo: è un settore enorme, ma i benefici non arrivano alla nostra comunità. Un’altra delle nostre municipalità guadagna meno di un milione di dollari l’anno in entrate fiscali dalle aziende. Ma solo a Ilulissat il turismo vale fino a un miliardo. Eppure, tutte le aziende messe insieme pagano solo sette milioni in tasse aziendali.
Meno di un milione all’anno in tasse sulle società. Non parlo delle tasse sui dipendenti, ma di quelle sulle imprese. È per questo che vogliamo l’indipendenza. Perché ormai è troppo lampante la direzione presa. Forse un giorno ci sarà il boom delle miniere, ma anche lì, saranno le aziende esterne a guadagnare. E noi cittadini? Che ne sarà di noi? Perché
non facciamo parte di quel sistema? Noi non possediamo nulla. Ma la Groenlandia non è delle aziende. Le miniere non sono delle aziende. Nemmeno l’acqua. Abbiamo l’acqua più pura del mondo, potremmo persino venderla in Europa. Ma non possiamo. Anche nei negozi, se vuoi comprare l’acqua locale, trovi solo una bottiglia groenlandese e tutte le altre sono europee. Ma perché, quando potremmo usare la nostra acqua?
Voi siete Inuit. Gli Inuit vivono nelle Regioni Artiche dell’Alaska, della Groenlandia e del Canada. Circa 10 mila anni fa i vostri antenati migrarono dall’Asia Settentrionale attraverso lo stretto di Bering, voi a quale parte di mondo sentite di appartenere? Vi sentite vicini ai vostri fratelli Alaskiani, Canadesi e Siberiani?
“Sappiamo che ci sono Inuit in Alaska, in Canada etc. ma per quanto riguarda la nostra vita quotidiana, il modo in cui viviamo ogni giorno, noi apparteniamo a questo posto. Io, personalmente, non mi chiedo a quale luogo appartengo: appartengo qui, solo alla Groenlandia.
Non conosco davvero le storie degli altri popoli. Le conosco sulla carta, nei libri, ma non le ho vissute. Sono stato in Alaska l’anno scorso, ma in Danimarca ci sono stato almeno 25 volte, forse anche di più. Ma la Groenlandia è il posto a cui apparteniamo. È la mia opinione.
Per quanto riguarda i legami, secondo me in futuro il collegamento con gli Inuit di Canada e Alaska non sarà così forte e soprattutto, non apparterremo più alla Danimarca. La nostra identità non è lì. Mio padre era francese. Non l’ho mai conosciuto, ma comunque io appartengo a questo posto, sto qui, voglio stare qui. È stata una mia scelta.
Non mi sento francese, forse solo nel sangue, ma sono nato 57 anni fa e da allora sono sempre stato qui. È un po’ difficile da spiegare, ma è così. Quando vediamo gli Inuit dell’Alaska, magari durante eventi sportivi o competizioni, ci rendiamo conto che siamo molto simili.
Ma è solo lì che si vede quel legame. La nostra appartenenza è qui, da generazioni, da migliaia di anni”.
La vostra terra, la Groenlandia, è ricca di risorse, voi possedete le “terre rare”, strumenti preziosi per le tecnologie più avanzate. La Danimarca le sfrutta? Se si, cosa ottenete in cambio?
Dal 2009, il nostro governo locale ha assunto maggiori responsabilità politiche. Secondo l’accordo originale del 2009, i primi 75 milioni di corone danesi provenienti dalle attività minerarie spettano a noi.
Dopo quella soglia, i profitti vengono divisi al 50% con la Danimarca.
Ma noi vogliamo che questa regola venga cambiata prima di andare avanti con altri progetti minerari. Perché se così non fosse, la Danimarca continuerà a tenersi metà dei guadagni.
La nostra posizione è chiara: vogliamo la proprietà di queste operazioni minerarie. Che paghiamo zero, mille corone o di più, non è quello il punto. Pretendiamo una quota reale e legale, sia in termini giuridici che economici. Questo è il nostro punto fermo.
Se si va avanti, vogliamo essere coinvolti direttamente. Grandi nomi come Jeff Bezos e Bill Gates hanno già aziende qui. Stanno conducendo spedizioni sostenute da personaggi molto potenti. Il loro obiettivo è valutare quanto si può guadagnare da questi minerali rari, che sono fondamentali per la tecnologia.
Ed è per questo che, improvvisamente, la nostra terra è diventata così richiesta. Questi compratori hanno bisogno di questi minerali perché la Cina sta chiudendo i rubinetti. La Cina controlla una fetta importantissima della produzione mondiale, quindi Stati Uniti e altri paesi stanno cercando di diventare indipendenti. Le nostre riserve potrebbero alimentare le loro fabbriche. Ma noi conosciamo il nostro valore e se non otteniamo una parte giusta dei profitti allora quei minerali possono restare sottoterra. Niente sviluppo, niente accordo. Questo è il nostro ultimatum.
Voi Inuit avete i mezzi per estrarre e lavorare queste risorse?
“Noi non abbiamo né le infrastrutture né i mezzi economici, ma nel nostro sottosuolo ci sono le risorse.
Per questo, se vogliono estrarle, vogliamo far parte di queste compagnie minerarie per poterne beneficiare economicamente. Qui vengono solo aziende esterne, ma poi se falliscono o se ne vanno, noi ci perdiamo. Noi otteniamo solo le tasse sui dipendenti, non le tasse sulle società.
Sono molto furbi, molto bravi a insegnare agli altri. Vedi, i danesi sono strani: cercano in tutti i modi di tenere gli Stati Uniti fuori dalla Groenlandia, ma lì ci sono aziende forti, persone potenti che finiranno per influenzare qualche soluzione. La strada pacifica sarebbe ottenere qualche vantaggio, come fanno in Alaska. In Alaska tutte le compagnie danno benefici agli Inuit e ci sono anche storie positive.
Si dice che gli USA ci faranno vivere da schiavi e ci distruggeranno come hanno fatto con gli Indiani d’America, ma io sono stato in Alaska e ho visto con i miei occhi che il turismo è di proprietà dei locali, degli Inuit. Tutto il turismo è loro; hanno partecipazioni nelle aziende, sono azionisti e soci. Quindi, quando vedi questo, sai che non si tratta di sfruttamento. Sono proprietari e nessuno può comprare le loro quote. Non puoi comprare il capitale di un azionista.
Nessuno può portarglielo via, puoi solo passarlo alla tua famiglia. I danesi non fanno così. Dicono: “Siamo locali come voi perché la legge lo permette.”
Vanno in ufficio scrivono l’indirizzo e in 10 minuti si sentono dei locali. Noi Inuit così ci perdiamo. Non ci vogliono vedere come proprietari di aziende. Per questo, secondo me, l’indipendenza è sempre più importante. Questo comportamento non ci piace e i danesi non lo capiscono.
Pensano che viviamo in armonia. Io voglio prendermi cura dei locali; i benefici devono andare ai locali. L’influenza del governo danese è enorme. Quindi io sono uno di quelli che combatte contro tutto questo. Non posso accettarlo. Voglio vedere i miei nipoti crescere facendo parte di questa tradizione, se lo vorranno, a pieno titolo, non esclusi. Lo detesto; non voglio essere solo una meta turistica nella mia terra. Non mi piace. L’anno scorso c’è stata una protesta contro le navi da crociera e ne stiamo organizzando altre per le prossime in arrivo. Faremo protestare i cittadini perché i danesi non capiscono la nostra lingua.
Ma non capiscono nemmeno il nostro modo di pensare. È una situazione molto difficile. Se l’estrazione mineraria è così importante, allora i danesi devono cambiare registro e spendere di più per le infrastrutture, almeno i piccoli insediamenti potranno avere acqua diretta, servizi igienici, strade. Rendere raggiungibili i piccoli villaggi per noi è importante. Non ci si può muovere senza strade e servizi. E’ necessario investire nelle infrastrutture e anche costruire case perché molti vivono in alloggi di 50 anni fa e qui il clima è duro. Gli Stati Uniti affermano che “I danesi non sviluppano abbastanza la Groenlandia”, beh, io dico che è vero. Tre giorni fa sono venuti a trovarci alcuni politici da Danimarca, Svezia e Finlandia e ho detto loro la stessa cosa: se vogliono mantenere un rapporto armonioso, devono investire. Quindi ci chiediamo: perché sempre e solo danesi? Gli altri come si comporterebbero? Gli americani, gli svizzeri, gli italiani? Magari farebbero di meglio.
Trump dice che diventerete il Cinquantunesimo Stato americano, ma cosa cambierebbe tra l’essere questo o appartenere al Regno di Danimarca?
“Noi vogliamo l’indipendenza. Possiamo mantenere i contatti con altre aziende, con altri paesi, possiamo trovare insieme soluzioni ma farlo da liberi e con un’economia indipendente. Gli Americani hanno grandi basi militari qui ma noi vogliamo la nostra ricchezza, le miniere.
Se possiamo creare qualcosa, vogliamo farne parte. Se la Danimarca si decide a investire, noi saremo concilianti anche con loro, almeno tutte queste piccole comunità — di 55.000 persone in tutto — potranno vivere in armonia e scegliere di restare nei piccoli insediamenti con una buona sanità e infrastrutture funzionanti.
Se non ci ascoltano, per noi è facile pensare ad altro. Del resto, abbiamo già collaborato con gli USA, nell’istruzione per esempio, anche prima di Trump e intendiamo proseguire. Noi lavoriamo con tutti ma non vogliamo far parte dell’America solo perché lo dice Trump e sia chiaro, non vogliamo essere un altro puntino sulla loro bandiera.
Basta guardare la cartina geografica, probabilmente ciò che il Presidente afferma neanche lo pensa davvero, ma se gli States hanno buone intenzioni nei nostri confronti, noi li ascoltiamo. È importante avere buone intenzioni.
I Danesi non vogliono neanche che lavoriamo con la Cina per costruire l’aeroporto, vogliono farlo loro stessi. La Cina vorrebbe costruire l’aeroporto, ma il governo danese ha detto e continua a dire di no. Bene, la Danimarca ha iniziato i lavori ma ci sono già due anni di ritardo.
Però intanto, la Danimarca collabora con la Cina nel mercato della pesca. Noi abbiamo grandi quantità di pesce esportato, ma la Cina ha un accordo con i danesi, non con noi. I profitti mondiali legati al mercato della pesca e al nostro esportato vanno ai Danesi, non a noi. Noi non possiamo sviluppare relazioni con la Cina perché la loro politica è considerata pericolosa. Lo stesso vale per gli Stati Uniti. Ma gli americani sono qui fin dalla guerra. Sono qui da tanto tempo, la loro influenza si estende anche sulla Danimarca stessa, sull’Europa intera. L’Italia fa accordi commerciali con la Cina, perché noi non possiamo? La verità è che la Danimarca conosce il nostro valore: La Danimarca è un paese piccolo, ma molto grande grazie alla Groenlandia.
La Danimarca è anche molto brava negli affari, vedi che ora aiuta l’Ucraina nella guerra contro la Russia spendendo molto denaro. Perché non ne traiamo vantaggio anche noi? Devono svegliarsi e vedere la realtà, capire perché vogliamo essere indipendenti.
L’ultima domanda è un po’ lontana dal suo paese, ma penso sia importante per il mondo. Sindaco, secondo lei, tra Israele e Palestina, la soluzione potrebbe essere due popoli e due stati?
“Si, è l’unica soluzione. Quello che vedo succedere in Israele adesso — i bombardamenti, gli spari contro i civili — è davvero straziante. Non è un comportamento umano. Perciò, secondo me la soluzione a due stati è la strada giusta. Se Trump vuole costruire grandi edifici a Gaza, farne una meta turistica, vuol dire che gli piace chiacchierare, è una sua opinione, ma lì milioni di persone stanno morendo di fame, hanno bisogno di cibo ma ricevono solo proiettili.
Noi non abbiamo mai vissuto una guerra, noi siamo un popolo pacifico, non riusciamo proprio a capire cosa sia la guerra, non riusciamo neanche a immaginarla, non è nel nostro Dna Inuit; ma ci è comunque chiaro che in una guerra a pagarne il prezzo sono solo i civili. Quello che stanno vivendo i palestinesi non è umano. Non riesco a capire Israele in questo. Potrei capire se ci fossero paesi arabi che combattono Israele — allora sarebbe un conflitto politico. Ma quello che succede adesso è sbagliato.
Anche Hamas sbaglia, però stanno lottando per una terra, per un diritto di appartenenza. Anni fa, Sharon aveva provato a trovare una soluzione a due stati, con gli americani coinvolti. Si era quasi raggiunto un accordo. Ma poi gli assassinii dei due leaders... ed è arrivato Netanyahu e le cose sono cambiate. Così quella buona soluzione è stata rimandata per sempre.
Credo ancora che la soluzione a due stati possa funzionare. La situazione ormai è degenerata, si stanno distruggendo comunità intere e la società stessa. È davvero straziante. Nel mondo, molti stanno con Israele, ma bisogna capire che ora è troppo, è tempo di dire “basta”.
Non è più una questione umana — è distruzione di massa e conflitto etnico”.
Ilaria Parpaglioni
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