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foto di: web
‘’Pasqua di pace’’ per fermare la guerra
‘’Da Giovanni XXIII a Leone XIV verso il Giubileo del 2033’’, la staffetta dei Papi da Roncalli a Prevost

24-07-2026 - C’è un filo rosso che attraversa oltre sessant’anni di pontificati, e ha la forma di una staffetta silenziosa combattuta a colpi di encicliche, gesti e viaggi.
È quanto ha ricostruito il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin nel pomeriggio del 22 Luglio scorso, a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, intervenendo alla presentazione di “Pasqua di pace. Da Giovanni XXIII a Leone XIV verso il Giubileo del 2033” (Edizioni San Paolo), il nuovo saggio del giornalista Antonio Preziosi, direttore del Tg2.

Non un semplice atto editoriale, dunque, ma l’occasione per il Segretario di Stato vaticano di tracciare una mappa diplomatica ed ecumenica che parte dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII del 1963 e arriva fino all’attuale pontificato di Leone XIV, passando per il “Mai più la guerra!” pronunciato da Paolo VI al Palazzo di Vetro dell’ONU nel 1965, per la lettera di Giovanni Paolo I a sostegno dei negoziati di Camp David del 1978, per la storica Giornata di preghiera di Assisi voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 e ripresa da Benedetto XVI venticinque anni dopo, fino all’immagine della “guerra mondiale a pezzi” coniata da Papa Francesco.

Parolin ha richiamato le parole pronunciate da Leone XIV alla Messa di inizio Concistoro del 26 giugno scorso, quando il Pontefice ha ribadito che la guerra non è mai degna dell’uomo né benedetta da Dio, poiché il Creatore ha dotato l’umanità di intelligenza e volontà per dirimere i conflitti in modo diverso da quello delle “bestie… dotate di armi iper-tecnologiche”.
Un’unità della famiglia umana, ha aggiunto il cardinale citando ancora il Papa, che precede ogni singolo popolo e ogni singolo Stato.
Nel suo intervento, il Segretario di Stato ha collegato questa riflessione alla preoccupazione espressa da Leone XIV di fronte al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 9 gennaio, quando il Pontefice aveva segnalato l’indebolimento del multilateralismo come una delle criticità più serie sulla scena internazionale.
Da qui la necessità, sottolineata da Parolin, di una “Pasqua di pace” intesa non come semplice auspicio ma come impegno concreto della diplomazia vaticana, chiamata a tradurre il cammino ecumenico — da Nicea, il cui 1700° anniversario è stato al centro del viaggio del Papa in Türkiye, fino al Giubileo straordinario del 2033 — in strumento di risoluzione dei conflitti aperti nel mondo.
È qui che il richiamo del cardinale assume un peso che va oltre la cornice editoriale della presentazione.

La debolezza del multilateralismo denunciata da Leone XIV al Corpo Diplomatico non è un’astrazione dottrinale, ma la fotografia di un ordine internazionale che fatica a trovare sedi credibili di mediazione: lo si è visto nello stallo del negoziato russo-ucraino, dove il canale umanitario aperto dalla Santa Sede attraverso le missioni del cardinale Matteo Zuppi resta, ad oggi, uno dei pochi canali umanitari rimasti aperti tra Mosca e Kyiv; lo si osserva nella frammentazione del Medio Oriente, dove Gaza e il Libano continuano a mettere alla prova la capacità della diplomazia vaticana di trasformare l’appello morale in concreta azione diplomatica.
In questo scenario, la “Pasqua di pace” evocata da Preziosi non è soltanto una metafora liturgica: è la scommessa che la Santa Sede possa tornare a esercitare, come già nella Guerra Fredda, un ruolo di mediazione discreta laddove la diplomazia tradizionale tra Stati mostra i propri limiti strutturali.

Dietro ogni citazione storica richiamata da Parolin, del resto, resta sullo sfondo il dato che nessun documento pontificio nasconde: quello dei civili, spesso bambini e anziani, che pagano il prezzo più alto di conflitti decisi altrove, e ai quali proprio Leone XIV ha chiesto ai giornalisti — nell’udienza concessa alla redazione del Tg2 lo scorso marzo — di restituire voce e sguardo nel racconto quotidiano della guerra.

Ad arricchire il dibattito è intervenuto anche il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, che ha voluto legare la presentazione del libro alla visita compiuta la mattina stessa da Leone XIV al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, al confine tra Lazio e Abruzzo, noto per l’affresco che raffigura la Trinità in una forma non ortodossa per la tradizione cristiana.
Anche quel gesto, ha osservato Tajani, è un’azione di pace, che si inserisce nella comunione tra i popoli fondata sulla libertà dell’uomo richiamata da Sant’Agostino. Il ministro ha aggiunto una riflessione tanto semplice quanto tagliente: troppo spesso si uccide in nome di Dio, ma chi spara in nome di Dio, in realtà, spara a Dio stesso.

Il volume di Preziosi, presentato in un contesto istituzionale di prim’ordine, si propone così come uno strumento di lettura del magistero pontificio contemporaneo capace di tenere insieme storia della Chiesa, ecumenismo e attualità geopolitica: un esercizio, per usare le parole dello stesso Parolin, di umile ascolto del magistero, ma anche di stringente attualità per un tempo segnato da guerre che la comunità internazionale fatica a comporre attraverso il dialogo e il negoziato.
Resta da capire se la staffetta descritta da Parolin troverà, nel 2033, un traguardo comune o un ennesimo rinvio: nel frattempo, mentre i Pontefici si passano il testimone di una pace sempre promessa e mai definitiva, sono le vittime dei conflitti in corso a non potersi permettere di aspettare un Giubileo per essere ascoltate.



Pierangelo Panozzo
 
  
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