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foto di: P. Panozzo
Fraternità diventa realtà quando cristiani e musulmani costruiscono insieme la pace
La Fondazione Bambino Gesù del Cairo è un modello di cooperazione internazionale che mette al centro i bambini, la salute e la dignità umana

16-10-2026 - La pace non nasce soltanto nei palazzi della diplomazia, nelle dichiarazioni dei governi o negli accordi sottoscritti dai leader religiosi.
Nasce anche, e forse soprattutto, quando persone appartenenti a culture e fedi differenti decidono di lavorare insieme per rispondere a un bisogno concreto.
Un bambino da proteggere, una famiglia da sostenere, una persona malata da curare possono diventare il punto di partenza di un percorso capace di superare divisioni che sembravano insormontabili.

È questa la lezione che emerge dall’esperienza promossa in Egitto da monsignor Yoannis Lahzi Gaid, presidente della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ed ex segretario personale di Papa Francesco.
Un’esperienza che propone una riflessione di particolare attualità sul rapporto tra religione, solidarietà e responsabilità internazionale, in un mondo attraversato da conflitti armati, rivalità geopolitiche e crescenti tensioni identitarie.

Il principio è semplice, ma tutt’altro che scontato: la fraternità non può limitarsi a essere proclamata.
Deve tradursi in opere, servizi e opportunità capaci di migliorare concretamente la vita delle persone.

Da Abu Dhabi a una nuova cultura della convivenza
Il 4 febbraio 2019, ad Abu Dhabi, Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, firmarono il Documento sulla Fratellanza Umana per la pace mondiale e la convivenza comune.
Quell’incontro rappresentò un passaggio significativo nel dialogo tra il mondo cattolico e l’islam sunnita, riaffermando la comune dignità degli esseri umani e la necessità di contrastare l’odio, l'estremismo e l'uso della religione come giustificazione della violenza.

A distanza di anni, la sfida rimane trasformare quei principi in esperienze quotidiane.
Il dialogo interreligioso non deve necessariamente cominciare dalla soluzione delle divergenze teologiche.
Può cominciare da un obiettivo condiviso: curare un malato, garantire un pasto a chi non ne ha, offrire protezione a un minore abbandonato oppure assicurare assistenza sanitaria a una comunità priva di servizi adeguati.

È su questo terreno che la collaborazione acquista un significato particolarmente concreto.
Cristiani e musulmani possono mantenere le proprie convinzioni e, nello stesso tempo, riconoscere nell’altro un interlocutore con cui condividere responsabilità e progetti.

La tradizione del dialogo tra le religioni richiama anche l’incontro di san Francesco d’Assisi con il Sultano al-Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219, durante le crociate.
Non si tratta di sovrapporre epoche storiche profondamente differenti, ma di riconoscere una costante: anche nei periodi di maggiore contrapposizione, l’incontro personale può aprire spazi di comprensione che la logica dello scontro tende a chiudere.

L’Egitto come laboratorio di solidarietà
L’esperienza della Fondazione Bambino Gesù del Cairo si inserisce in questa prospettiva.
I progetti presentati da monsignor Gaid mostrano come la cooperazione tra persone e organizzazioni di diversa appartenenza religiosa possa diventare uno strumento di assistenza sociale e sanitaria.
Tra le iniziative figurano l’Oasi della Pietà, destinata all’accoglienza dei bambini abbandonati; il progetto dell’ospedale Bambino Gesù del Cairo, sviluppato con il coinvolgimento dell’ospedale pediatrico romano e il sostegno delle istituzioni egiziane; il ristorante solidale Fratello, rivolto alle famiglie in difficoltà; e le cliniche mobili Salus, concepite per avvicinare visite, farmaci e cure alle persone più vulnerabili.

Queste iniziative esprimono una visione nella quale l’assistenza non viene considerata soltanto una prestazione materiale. È anche un riconoscimento della dignità di chi riceve aiuto.
Una casa per un bambino abbandonato significa protezione e possibilità di crescita.
Un pasto offerto a una famiglia in difficoltà significa rispondere a un bisogno immediato senza trasformare la povertà in una condizione di esclusione sociale.
Una clinica mobile può contribuire a raggiungere persone che, per ragioni economiche o geografiche, incontrano ostacoli nell'accesso alle cure.

La loro efficacia deve naturalmente essere valutata attraverso risultati, risorse disponibili e continuità dei servizi. Ma il metodo di cooperazione che queste opere intendono promuovere merita attenzione: partire dai bisogni umani, individuare obiettivi condivisi e mettere in comune competenze e responsabilità.
È un approccio che può offrire indicazioni utili anche al di fuori del contesto egiziano.

La diplomazia umanitaria deve uscire dalle dichiarazioni
La diplomazia tradizionale rimane indispensabile per negoziare accordi, prevenire crisi e mantenere aperti i canali di comunicazione tra gli Stati.
Tuttavia, in numerosi contesti, il lavoro diplomatico può essere rafforzato da iniziative umanitarie capaci di creare fiducia tra le comunità.

Un progetto sanitario condiviso, una struttura di accoglienza o un programma educativo non sostituiscono la politica internazionale.
Possono però contribuire a costruire relazioni, favorire la collaborazione tra istituzioni e dimostrare che interessi comuni possono esistere anche in presenza di differenze profonde.
È in questo spazio che si colloca la diplomazia umanitaria: non come alternativa alla diplomazia ufficiale, ma come strumento complementare, fondato sulla tutela della persona e sulla capacità di produrre benefici verificabili.

Per essere credibile, questo modello deve rispettare alcuni principi essenziali: trasparenza nell’impiego delle risorse, continuità dei progetti, collaborazione con le istituzioni locali e accesso ai servizi senza discriminazioni religiose o culturali.
La solidarietà, infatti, non può dipendere dall'appartenenza di chi la riceve.
È proprio quando supera le barriere identitarie che acquista un autentico valore universale.

Difendere la libertà religiosa significa difendere tutti
La convivenza non si misura soltanto durante le celebrazioni ufficiali o gli incontri tra rappresentanti delle diverse confessioni.
Si misura soprattutto quando una comunità viene minacciata, quando un luogo di culto è attaccato o quando una minoranza rischia di essere emarginata.
La libertà religiosa non può essere difesa esclusivamente da chi subisce una persecuzione.
Richiede la solidarietà attiva di chi appartiene ad altre comunità e riconosce che la dignità e i diritti di una persona non dipendono dalla sua fede.

La stessa logica deve valere per la protezione dei bambini.
In un mondo nel quale le guerre, la povertà e le crisi umanitarie colpiscono milioni di persone, l'infanzia dovrebbe costituire una priorità condivisa, capace di orientare le scelte politiche e la cooperazione internazionale.
Un bambino non è responsabile dei conflitti degli adulti.
Non sceglie il Paese in cui nasce, la religione della propria famiglia o le condizioni economiche nelle quali cresce.
Eppure, troppo spesso, è proprio lui a pagarne il prezzo più alto.
Mettere i bambini al centro significa quindi assumere un criterio concreto per valutare la credibilità delle politiche di pace: non soltanto quante dichiarazioni vengono sottoscritte, ma quante vite vengono protette, quante cure diventano accessibili e quante opportunità vengono offerte a chi rischia di rimanere indietro.

Una responsabilità che riguarda anche l’Europa
L'esperienza egiziana richiama una questione che interessa direttamente l'Europa e l'Italia.
La cooperazione internazionale non può essere ridotta alla gestione delle emergenze o alla risposta occasionale alle crisi. Deve sviluppare programmi duraturi, capaci di coinvolgere istituzioni pubbliche, organizzazioni umanitarie, fondazioni, strutture sanitarie e società civile.

L'Italia dispone di competenze mediche, universitarie, tecnologiche e organizzative che possono contribuire a iniziative di questo tipo, in collaborazione con i Paesi partner e nel rispetto delle loro priorità.

La costruzione di reti internazionali per la salute, la formazione del personale locale, il sostegno all'infanzia e il miglioramento dell'accesso alle cure possono rappresentare ambiti concreti nei quali tradurre i valori della fraternità in risultati misurabili.
Perché un progetto umanitario sia realmente sostenibile, tuttavia, non basta inaugurare una struttura.
Occorre garantire personale, manutenzione, approvvigionamenti, finanziamenti e capacità gestionale.
La buona volontà è il punto di partenza; la professionalità e la continuità sono le condizioni che permettono a un'iniziativa di durare nel tempo.
È questa la differenza tra un gesto simbolico e una politica di solidarietà capace di incidere sulla realtà.

La pace comincia dalle opere
Il dialogo tra le religioni conserva un valore fondamentale, ma la sua credibilità dipende anche dalla capacità di generare conseguenze concrete. Una dichiarazione può indicare una direzione; un'opera realizzata e mantenuta nel tempo può dimostrare che quella direzione è percorribile.

L'esperienza della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, così come viene presentata da monsignor Yoannis Lahzi Gaid, invita a guardare alla fraternità non come a un traguardo già raggiunto, ma come a un lavoro quotidiano che richiede organizzazione, responsabilità e perseveranza.
In questa prospettiva, le differenze religiose non scompaiono e non devono necessariamente scomparire. Possono convivere con la consapevolezza che esistono bisogni umani davanti ai quali la collaborazione è possibile e necessaria.

La pace non si costruisce soltanto nei luoghi in cui si firmano gli accordi.
Si costruisce anche dove qualcuno decide di non lasciare solo un bambino, di curare una persona indigente, di offrire un pasto a una famiglia o di proteggere la libertà religiosa di chi professa una fede diversa.
È da queste responsabilità condivise che può nascere una fraternità capace di superare le parole e diventare un patrimonio comune.
Perché, in definitiva, la misura più concreta del dialogo non è la distanza che separa le nostre convinzioni, ma la capacità di lavorare insieme per proteggere la vita, restituire dignità alle persone e consegnare alle nuove generazioni un mondo meno diviso.




Pierangelo Panozzo
 
  
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