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foto di: Carolina Rapezzi
Afghanistan, cinque anni di talebani
NOVE Caring Humans indica l’emergenza umanitaria silenziosa e la resistenza delle donne
07-08-2026 - Il 15 agosto 2021 i talebani sono tornati al potere in Afghanistan.
Kabul ha cambiato volto in poche ore e l’aeroporto è diventato il punto terminale di una fuga disperata.
Cinque anni dopo, quelle immagini sono lontane dall’attenzione internazionale, ma la crisi non è finita.
Terremoti, rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan e nuove ostilità nella regione hanno aggravato lo stato di emergenza. Intanto, divieto dopo divieto, le donne sono state escluse dagli studi, da gran parte del lavoro e cancellate dalla vita pubblica, mentre la recente presenza a Bruxelles di rappresentanti tecnici delle autorità talebane ha aperto dure polemiche.
La riduzione degli aiuti internazionali rischia ora di interrompere attività già operative, disperdere competenze e radicare ulteriormente il sistema di esclusione.

«Dopo cinque anni di crisi, non si tratta soltanto di rispondere all’emergenza, ma di preservare le possibilità di ripresa e impedire che gli effetti dei divieti diventino irreversibili.
Ogni donna che riesce ancora a formarsi, lavorare e produrre reddito mantiene aperta una possibilità di ricostruzione per l’intero Paese», racconta Arianna Briganti vicepresidente di NOVE Caring Humans.

Senza fondi si perde ciò che è già stato costruito
Nel 2025 il Piano di risposta umanitaria per l’Afghanistan ha ricevuto soltanto il 41 per cento delle risorse richieste.
Le sanzioni finanziarie e l’isolamento del sistema bancario continuano inoltre a rendere difficili e costosi i trasferimenti di denaro, mentre inflazione, disoccupazione e aumento delle tasse riducono ulteriormente la capacità di sopravvivenza delle famiglie.
Subito dopo il ritorno dei talebani, NOVE Caring Humans ha partecipato all’evacuazione insieme al Governo italiano, nell’ambito dell’operazione Fazzoletto Rosso, organizzando dal Kuwait un ponte aereo per mettere in salvo collaboratori e collaboratrici e altre persone a rischio.
Questo ha portato ad attivare in Italia una serie di percorsi per accompagnare i rifugiati nell’inserimento sociale e professionale per la ricostruzione della vita quotidiana e l’accesso all’autonomia.

Parallelamente, NOVE deciso di restare in Afghanistan, per non abbandonare il team e le comunità sostenute.
Di fronte al collasso economico, l’organizzazione ha attivato una risposta di emergenza su più fronti: distribuzione di cibo, legna e stufe per l’inverno, assistenza sanitaria e sostegno alle spese essenziali.
La perdita del lavoro e l’indebitamento hanno aumentato il rischio di matrimoni precoci, vendita delle figlie e sfruttamento minorile.
Per questo gli aiuti sono stati concentrati sulle donne capo famiglia, sulle strutture di accoglienza e protezione per bambine e bambini e su interventi capaci di impedire che la povertà produca conseguenze irreparabili.
Un’attenzione specifica è stata rivolta alle persone con disabilità, per le quali alle difficoltà economiche si sono aggiunti l’annullamento delle precedenti pensioni di invalidità e l’indebolimento dei servizi di riabilitazione.

Ricalcolare l’intervento
Con la progressiva esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica, NOVE ha ripensato il proprio intervento utilizzando il patrimonio di competenze, relazioni e conoscenza del territorio maturato nell’hub di formazione e imprenditoria femminile di Kabul prima del 2021, che aveva accompagnato al lavoro centinaia di donne.
Su questa esperienza ha sviluppato e fatto approvare nuovi progetti di formazione e di sostegno alle imprese gestite da donne.
Le oltre 10.000 licenze commerciali oggi intestate a donne, rispetto alle circa 600-1.000 precedenti al 2021, raccontano però una contraddizione: meno del 7 per cento delle Afghane risulta occupato e molte hanno aperto microattività dopo essere state licenziate o escluse dalle professioni.

L’impresa è spesso ciò che resta dopo che molte altre porte si sono chiuse.
Anche queste attività sono esposte a mobilità limitata, scarso accesso al credito, carenze energetiche e all’aumento delle imposte.
Come racconta Alberto Cairo, presidente di NOVE: “la riscossione raggiunge perfino i più piccoli banchi di vendita, riducendo margini economici già minimi”.

Dalla singola impresa alla creazione di un ecosistema femminile
Il Women Business Prize, con centinaia di candidature provenienti dalla maggior parte delle province, ci ha permesso di conoscere un tessuto imprenditoriale femminile inedito e diversificato.
Un osservatorio sui bisogni, sugli ostacoli e sul potenziale di sviluppo nei diversi territori dal quale è nato She Means Business: laboratorio di formazione, mentoring e confronto nel quale le imprenditrici condividono strumenti, esperienze e soluzioni.
Questo perché un’attività isolata rimane fragile, mentre una rete può rafforzare competenze, accesso ai mercati e capacità di produrre reddito.

«I modelli devono essere solidi e replicabili, ma la loro applicazione parte sempre dall’analisi dei bisogni locali. Le priorità emergono dal confronto con le comunità e ogni intervento viene adattato al contesto, per produrre risultati e rispondere concretamente alle esigenze delle persone coinvolte», spiega Elena Noacco co-fondatrice di NOVE.
A Daikundi, una provincia nel cuore dell’Afghanistan, su richiesta delle imprenditrici del mercato femminile, NOVE sta installando un impianto fotovoltaico per assicurare energia alle attività commerciali.

Nelle province orientali, rurali e più conservatrici, ha invece formato le famiglie, in particolare le donne, nell’allevamento e nella trasformazione e conservazione degli alimenti, destinati sia al consumo familiare sia alla vendita.
Investire in formazione, lavoro, cura e protezione non equivale a rendere l’Afghanistan dipendente dagli aiuti.
Significa invece preservare competenze, reti e opportunità cruciali per il rilancio del Paese. Continuare a sostenere questi interventi significa impedire che quel futuro venga cancellato.




Redazione
 
  


 
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