Accadde il secolo scorso

Caso Moro tra verità giudiziaria e zone d’ombra
Oggi 16.03.2026 alle ore 09.02, sono 48 anni dai gravi fatti
16-03-2026 - Via Fani, 16 marzo 1978.
Sono le 9:02 del mattino quando una raffica di colpi spezza il traffico ordinario di Roma. In pochi secondi cinque uomini della scorta cadono sull’asfalto. L’Italia scopre che Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e protagonista della stagione politica del compromesso storico, è stato rapito.
La scena entrerà nella memoria nazionale come la strage di Via Fani.
Ma, a quasi mezzo secolo di distanza, alcuni elementi documentali continuano a sollevare interrogativi che la ricostruzione ufficiale non ha mai completamente dissipato.
Secondo le sentenze definitive, l’operazione fu condotta dalle Brigate Rosse. Tuttavia, nel corso degli anni, analisti, giornalisti e commissioni parlamentari hanno individuato una serie di anomalie che mantengono aperto il dibattito sulla dinamica esatta dell’agguato e sui suoi possibili contorni internazionali.
Uno dei punti più discussi riguarda la complessità tecnica dell’azione armata.
Il 26 giugno 2017, durante un’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro presieduta da Giuseppe Fioroni, l’ex dirigente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Bassam Abu Sharif osservò che eliminare cinque uomini della scorta senza colpire il sesto occupante dell’auto richiederebbe un livello di addestramento estremamente elevato.
Il suo intervento non offriva una versione alternativa dei fatti, ma sottolineava la straordinaria precisione operativa dell’agguato.
Un altro filone di analisi riguarda il referto autoptico.
Alcuni studiosi hanno richiamato l’attenzione su particolari che ricevettero scarsa attenzione nelle prime fasi dell’inchiesta. Tra questi, la presenza di fratture alle IV, VI e VIII costole sinistre con formazione di callo osseo, segno che le lesioni potrebbero essere state antecedenti alla morte e compatibili con il periodo della prigionia.
Il giornalista Roberto Chiodi, tra i primi a consultare il referto nel 1978, rimase colpito dal fatto che un dettaglio di tale portata non diventasse oggetto di un approfondimento investigativo sistematico.
Nel dibattito storiografico ha suscitato attenzione anche il lavoro del generale Piero Laporta.
Nei suoi studi dedicati al caso Moro — tra cui Raffiche di bugie a Via Fani, Omertà e bugie su Aldo Moro e Anagrammi di Moro e Togatisti rossi — Laporta sostiene che la dinamica dell’agguato presenti caratteristiche compatibili con un’azione condotta da operatori altamente addestrati.
Nelle sue ricostruzioni il generale ipotizza anche possibili collegamenti con circuiti di intelligence internazionale della guerra fredda, citando tra gli altri il GRU, il servizio segreto militare sovietico. Le sue analisi sono state accompagnate da esposti e denunce presentati alla magistratura affinché venissero riesaminati alcuni elementi dell’inchiesta originaria.
Il quadro internazionale dell’epoca offre un ulteriore elemento di contesto: il cosiddetto Lodo Moro.
Questo accordo informale, maturato negli anni Settanta tra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi, prevedeva una sorta di patto di non aggressione: libertà di transito per determinate attività logistiche in cambio dell’impegno a non colpire obiettivi italiani.
La sua esistenza è stata evocata in più sedi parlamentari e giornalistiche.
Se tale intesa fosse effettivamente operativa, aprirebbe interrogativi sulle relazioni tra il terrorismo mediorientale e la sicurezza italiana negli anni della guerra fredda, e sulla possibilità che la vicenda Moro si collocasse dentro un equilibrio geopolitico molto più ampio.
Accanto a queste ipotesi di scenario restano alcuni episodi concreti registrati già nelle prime ore dopo l’agguato. Tra questi, la presenza di una moto Honda blu che diversi testimoni collocarono sulla scena e che non venne mai rivendicata dai brigatisti coinvolti nell’azione.
Un’altra circostanza riguarda la segnalazione di una Mini verde contenente un ordigno esplosivo individuato nelle vicinanze e successivamente disinnescato dagli artificieri: un dettaglio apparso nelle prime agenzie di stampa, ma rimasto ai margini delle ricostruzioni successive.
Vi è poi la questione degli oggetti personali di Moro.
La moglie dello statista, Eleonora Moro, dichiarò che il marito uscì di casa quella mattina con cinque borse, mentre nell’auto sequestrata ne furono ritrovate soltanto tre. Un particolare che suggerì, già all’epoca, la possibilità che qualcuno conoscesse con precisione la presenza di determinati documenti.
Infine, gli studiosi continuano a interrogarsi sul ruolo di Mario Moretti, uno dei principali dirigenti brigatisti.
Alcune relazioni parlamentari hanno ricordato che Moretti era noto alle forze dell’ordine prima del 1978 e che il mandato di cattura nei suoi confronti fu emesso solo il 19 maggio di quell’anno, settimane dopo quelli destinati ad altri militanti. Un ritardo che ha alimentato dubbi sul funzionamento degli apparati investigativi in quella fase.
La verità giudiziaria attribuisce il sequestro e l’uccisione di Moro alle Brigate Rosse. Ma la storia non è fatta soltanto di sentenze: è fatta anche di documenti trascurati, testimonianze discordanti e interrogativi che attraversano il tempo.
E nel caso Moro, a distanza di quasi cinquant’anni, una domanda continua a restare sospesa sopra Via Fani: non tanto chi sparò, ma quanto davvero sappiamo di ciò che accadde in quei novanta secondi.
Pierangelo Panozzo
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