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foto di: Archivio
Intervista (Esclusiva) con il generale Carmelo Burgio, autore de ‘’Carabinieri in Afghanistan’’
Il suo libro sarà presentato il 1° Aprile prossimo a Palazzo Chigi in Ariccia (Roma), a cura dell’ANPd’I ‘’Colline Romane’’
14-03-2023 - Pensavamo di poter intervistare il generale Carmelo Burgio al primo colpo, alla prima telefonata.
Ma ci siamo sbagliati, perché non è proprio possibile avere una conversazione normale con un ‘’runner’’ in attività!
Voce decisa, ma durante la corsa impossibile porre domande ed ottenere risposte. Del resto, l’allenamento per lui è fondamentale. Da sempre, ogni giorno.
Quindi, breve chiacchierata, per darci appuntamento al giorno dopo, in un orario in cui lo sportivo Burgio, in ‘’sosta’’, potesse conversare con noi sulle sue ‘’opere letterarie’’, molto apprezzate e ricche di spunti che stimolano la curiosità del lettore.
Si tratta del “trittico”, come lo chiama lui, che va dal libro dedicato al GIS (Gruppo Intervento Speciale), da lui fondato; al libro dedicato al Tuscania (Carabinieri paracadutisti del reggimento Tuscania), sino all’ultimo uscito dedicato ai “Carabinieri in Afghanistan” che egli descrive come “storia di venti anni di ambasciata, polizia militare e soprattutto di addestramento e di attività operative con la TF 45, senza dimenticare la convulsa evacuazione …”.
Questo suo ultimo libro sarà presentato ad Ariccia, il 1° Aprile prossimo, durante un convegno a lui dedicato e organizzato dall’ANPd’I “Colline Romane” nella sede prestigiosa di Palazzo Chigi.

Burgio, nel corso della lunga conversazione telefonica, ricca di spunti interessanti, più che parlare del libro, ha fatto un ampio excursus storico filosofico, partendo dalla genialità di Scipione l’Africano, maestro d’armi ineguagliabile, attraversando i pensieri di filosofi di razza quali Kant ed Hegel, per giungere alla situazione attuale del mondo in cui viviamo.
Ed è proprio per tale sua profonda capacità di analizzare i fatti che gli abbiamo chiesto di poter ampliare e approfondire i temi che abbiamo toccato, non ultimo quello della situazione in cui l’Italia si trova nel contribuire al sostegno dell’Ucraina in guerra.

Perché Scipione l’Africano è un genio militare ineguagliabile?
''Scipione l’Africano, il vincitore di Annibale a Zama, rimane per me l’ultimo grande generale italiano capace di innovare realmente l’arte militare a livello operativo e strategico. E lo spiegherò in fondo alla risposta.
Prima di tutto ha la capacità, primo nella storia dell’arte militare, di manovrare – a livello operativo e strategico – secondo il metodo dell’”Approccio Indiretto” teorizzato da Basil Liddell Hart, storico e tecnico-militare britannico a cavallo delle 2 Guerre Mondiali. Un principio semplice e logico in apparenza: attaccare ove il nemico non se lo aspetta ed è meno forte, facendo cadere l’obbiettivo principale per manovra, una volta acquisito l’obbiettivo di minor rilievo.
Con Annibale saldamente in Italia e reduce da vittorie importanti – seppure non definitive – come il Trasimeno e Canne, comprende che la strada per la vittoria non può passare da un confronto diretto, e allora mette in crisi il sistema operativo punico aggredendo in Spagna. Col Mediterraneo saldamente romano, i rifornimenti di uomini per Annibale giungevano dalla penisola iberica, e Scipione va ad occuparla, con una campagna efficace e rapida. Ottiene così il risultato di relegare il più pericoloso nemico di Roma nel meridione della Penisola, troppo forte per essere attaccato, ma troppo debole per attaccare Roma.
Successivamente porta la guerra in Africa, disinteressandosi quasi dell’avversario, e obbliga le autorità di Cartagine a richiamare in Patria Annibale.
Questa seconda mossa, in effetti, Roma l’aveva concepita inviando il console Attilio Regolo in Africa durante la 1^ Guerra Punica, ma non avendo indebolito il dispositivo nemico sottraendogli la Spagna, il povero Attilio concluse l’avventura in una botte irta di chiodi, si dice. Scipione – al contrario – gioca le sue carte con 2 successive operazioni che seguono l’”approccio indiretto”.
A Zama abbiamo poi il suo colpo finale, visto che accerchia il genio degli accerchiamenti. E riesce grazie a doti di osservazione e ricerca della risposta, quello che oggi viene definito – per noi italiensi che se non utilizziamo terminologia anglosassone ancorchè la nostra lingua ci fornisca di parole ugualmente appropriate – il processo “lessons identified” - “lessons learned”.
Alla Trebbia e a Canne ha constatato di persona che Roma è carente di cavalleria, e se la procura. Si tratta della migliore cavalleria leggera del tempo, la numida, che porta sotto le sue aquile con un saggio lavoro diplomatico. Una volta che ha i mezzi per allontanare dal campo di battaglia la cavalleria punica, può evitare che l’avversario abbia successo nella sua tradizionale 1^ mossa per accerchiare.
Ma il genio lo si apprezza davvero nell’impiego della 3^ acies della Legione, i Triarii. La Legio, al tempo, schierava tre linee di fanti, Hastati, Princeps e Triaros, davanti alle quali operavano in ordine sparso i velites, protette sui fianchi dalla cavalleria. I triaros erano i veterani, gli uomini più sperimentati, da far entrare in battaglia sostanzialmente con il compito di dare la mazzata finale all’armata nemica qualora il lavoro non fosse stato esaurito dalle prime due schiere. Nel caso le cose stessero andando male, avrebbero costituito l’ossatura di resistenza su cui inserire i superstiti Hastati e Princeps per giocarsela fino all’ultimo. Sostanzialmente – secondo la dottrina corrente – avevano un compito ben definito e non manovravano, limitandosi ad “alimentare lo sforzo in profondità”, in attacco o in ripiegamento. I Triaros non potevano essere considerati la “riserva” della Legio, proprio perché concettualmente avevano un “compito”.
La dottrina moderna opera una distinzione fra le comuni pedine del dispositivo e quella che agisce come riserva, che si caratterizza per ricevere più di un compito, che viene in questo caso definito “ipotesi d’impiego”. Scipione potremmo dire che inventi la riserva, in quanto a questa particolare pedina assegna più “ipotesi d’impiego”:
− ove Hastati e Princeps siano in crisi, i Triaros dovranno intervenire per ricostituire la linea di difesa;
− ove Hastati e Princeps dimostrino di “reggere” l’urto, i Triaros dovranno dividersi in due ali, scorrere a destra e a sinistra, e investire i fianchi avversari.
Fino ad allora l’analisi delle grandi battaglie dell’antichità, da Kadesh a Maratona, da Leuttra a Isso e Gaugamela, aveva visto assegnare alle diverse pedine dei “compiti”, col successo che arrideva all’armata le cui componenti riuscivano a risolvere la situazione a proprio favore. Con Scipione abbiamo una marcata gestione dell’imprevisto, particolare che caratterizza l’impiego della riserva. Egli non può sapere se le prime 2 schiere saranno in grado di resistere all’urto iniziale, e destina la 3^ a parare l’imprevisto.
In seguito avremo capi militari capaci d’innovare a livello tattico: lo stesso Giulio Cesare si dimostrerà eccelso utilizzatore dello strumento, vi sarà il gen. Francesco Saverio Grazioli che sostanzialmente inventerà gli Arditi, ma nessuno sarà capace, con la propria inventiva, di determinare risultati strategici come quelli ottenuti dall’Africano''.

Quali “lesson learned” hanno contribuito a cambiare il modo di condurre una guerra?
''Un luogo comune, ma non tanto, dice che i generali sono preparati a combattere la guerra appena conclusa, ragion per cui durante la successiva commettono tutti errori. Parlo di luogo comune, perché non è così. L’esercito tedesco iniziò la 2^ GM con le idee chiare, erano gli altri che erano rimasti alla 1^…
Forse per comprendere quali “lessons” hanno avuto maggiore valore, potremmo parlare della “Madre di tutte le Lezioni” per essere precisi; e questa è la capacità d’innovare. Se innovi, inventi e spiazzi l’avversario.
I Greci che inventano il pesante fante corazzato, l’oplita …
I Romani che comprendono l’importanza di articolare la massa armata, per meglio manovrare, affidando al fante “pesante” armi da lancio e da scontro corpo a corpo …
Annibale che trasforma la battaglia formalizzata del periodo classico, prevedendo anche tecniche di guerriglia attraverso azioni a sorpresa (Trebbia, Trasimeno) …
Federico II che restituisce alla cavalleria l’urto…
Napoleone che perfeziona il coordinamento di artiglieria, cavalleria e fanteria e impiega l’artiglieria a massa …
I Tedeschi che introducono le ‘’sturmtruppen’’ e la tattica dell’infiltrazione per aver ragione di reticolati e mitragliatrici, nonché l’attacco e la difesa in profondità …
Sempre i Tedeschi con la loro blitzkrieg …
Etc.. etc …
Insomma, chi costituisce uno strumento militare, equipaggiandolo e addestrandolo, dovrebbe sempre puntare a sorprendere, cosa possibile se si è capaci di creare qualcosa di veramente nuovo''.

Quanto conta l’Italia, con la sua politica internazionale, nel contesto europeo e mondiale?
''Un Paese conta se ha risorse umane, materiali e finanziarie. Nel senso che ne deve avere più degli altri, oppure che, mettendosi con una delle parti in frizione, possa determinare uno sbilanciamento a favore di questo o di quello.
L’Italia non ha mai avuto – lasciamo stare i fasti della Roma Repubblicana e Imperiale – più uomini, materie prime e soldi degli altri. Il Ducato di Savoia-Regno di Sardegna ha fatto scuola fra XVI e XVIII secolo, nel barcamenarsi con gli alleati che potessero avere maggiori probabilità di vittoria. I Savoia son stati dei capiscuola in materia dimostrandolo fino alla 2^ GM.
Se nel secondo dopoguerra l’Italia non è più stata in condizione di “far la voce grossa”, a ben pensarci, non lo era neanche prima; basti vedere come si concluse la vicenda di Fiume, e come – sbagliando – Francia e Gran Bretagna fecero la parte del leone, nel dividersi le spoglie della Germania.
Dire che con Craxi abbiamo sbattuto la porta in faccia agli Stati Uniti in occasione dei fatti di Sigonella e del capo del gruppo che dirottò l’Achille Lauro è una solenne fesseria. Se gli USA hanno “abbozzato”, voleva significare che l’argomento non era di primaria importanza.
Pertanto, possiamo ritenerci potenza di 3^ scelta. Di 1^, ovviamente, USA, Cina e Russia, di 2^ Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone. Beninteso, ve ne sono di 4^, 5^ e via dicendo. Quel che conta è non cercare di competere con chi sta in 1^ classe ed evitare scontri (di ogni genere) con quelle di 2^, se non si ha l’appoggio di una o più di 1^.''

Come sarebbe l’Italia se nel Paese esistessero più filosofi e pensatori?
''Ho una mia personale teoria, in base alla quale ritengo che la storia del pensiero filosofico e di quello strategico, nel corso della storia dell’uomo, vadano a braccetto. Dove c’è cultura filosofica, dove si produce filosofia, (non dove si studia per prendere 8 in pagella), c’è capacità di confronto e di pensiero innovativo. Una verifica:
La Grecia, culla della filosofia classica che abbatte il pericolo asiatico, con Alessandro Magno il cui precettore era addirittura Aristotele …
Roma di Cicerone, Seneca, Marco Aurelio …
Nel Medio Evo, gli Arabi che riscoprono la filosofia greca e la Chiesa Cattolica, coi suoi grandi pensatori …
Olanda e Gran Bretagna, con Spinoza, Bacon, Hobbes, che diventano nazioni e si espandono negli altri continenti …
L’Illuminismo francese, con la Rivoluzione, Napoleone e la sua scuola di pensiero militare che tanti grandi generali produsse …
LaGermania con Kant, Hegel, Marx, Fichte, Engels etc. e il grande pensiero militare tedesco.
In Italia si è studiata filosofia, ma se ne è prodotta poco. Ha prevalso un atteggiamento di sospetto verso ogni innovazione, fino a giungere alla clonazione dei capi, ciascuno dei quali cercava di farsi succedere da figli, o seguaci più o meno capaci, ma sicuramente, apparentemente, fedeli.
Fossimo un Paese di filosofi, consentiremmo a ciascuno di dire la sua, premiando davvero chi merita. Ma non lo sto scoprendo io''.

Grazie alla sua esperienza nell’Arma dei carabinieri, cosa cambierebbe o migliorerebbe nel tessuto legislativo?
''Questo non sta a me dirlo.
Posso parlare di filosofia della legge. La legge deve essere attuabile. Inutile imporre un obbligo se non si è in grado di renderlo effettivo.
La legge deve proteggere la pacifica convivenza di una società, affinché ci si dedichi a lavorare per progredire e far star meglio le future generazioni. Impelagarsi in bizantinismi che, alla luce dell’eterna necessità di tutelare i diritti fondamentali di chi magari ne approfitta, penalizza chi ha lavorato una vita, francamente, mi pare discutibile. Non mi pare il caso di entrare in dettagli, si finirebbe per divagare, ma che il cittadino italiano “perbene” oggi sia assai poco tutelato, mi pare abbastanza evidente''.

E l’Afghanistan? ricordiamo ancora le parole del generale David Petraeus, quando comandava la missione in Afghanistan, Enduring Freedom e IsaF, che fece all’Italia una precisa richiesta: “Give me more carabinieri”. E poi il Paese è stato abbandonato all’improvviso, quasi un tradimento.
''Partecipai alla campagna destinata a dare all’Afghanistan la capacità di muoversi da solo verso il progresso e la tutela dei diritti umani. Occorreva addestrare polizia e esercito perché fossero capaci di respingere la minaccia talebana. A mio avviso i risultati tecnico tattici furono conseguiti.
Non venne conseguito il risultato di cambiare la mentalità di quel popolo. E’ rimasto un popolo fondato sulla violenza, che si esercita anche attraverso la corruzione e la protezione dei figli di papà.
Tradimento? Io dico che abbiamo aiutato un popolo che non voleva farsi aiutare, almeno per quanto riguarda la dirigenza. Volevano mantenere privilegi e ricchezze, infischiandosene dei loro reparti e del loro popolo. La verità che dobbiamo accettare è che l’alta dirigenza era in Italia profuga, o a Dubai coi soldi accumulati, mentre i carabinieri italiani erano intenti all’evacuazione dell’aeroporto di Kabul e 32 militari USA si facevano ammazzare. Cosa hanno fatto i capi afghani che per primi se la solo squagliata? Non hanno tradito? E il tradimento maggiore di un popolo non lo fa chi vi appartiene e se ne frega? Questo lo spiego dettagliatamente nel libro. Poi, ovviamente, si può essere di differente opinione. Ma c’ero, e questo ho visto''.









Maria Clara Mussa
 
  


 
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