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foto di: IMAP
‘’La penna è più potente della spada’’
Di Media e Social tra Conflitti e Cultura della Pace si è discusso nel webinar del 10 maggio scorso organizzato da IMAP
16-05-2023 - “La penna è più potente della spada: Media e Social tra Conflitti e Cultura della Pace” è il tema del webinar inaugurale dell’Associazione Internazionale Media per la Pace (IMAP), che si è svolto mercoledì 10 maggio 2023
Organizzato in occasione della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa istituita dalle Nazioni Unite nel dicembre del 1993, l’incontro è stato organizzato da Universal Peace Federation (UPF) e da IMAP.
Sono intervenuti: Carlo Zonato, presidente UPF Italia; Vittorio Patanella, coordinatore IMAP; Marco Lombardi, direttore Scuola di Giornalismo, Università Cattolica di Milano; Marino D’Amore, docente in Social Media e Social Network, Università Niccolò Cusano; Marco Respinti, giornalista, saggista e docente, direttore responsabile “Bitter Winter”; Maria Pia Rossignaud, direttrice Media Duemila, vice presidente Osservatorio TuttiMedia; e Maria Pia Turiello, criminologa forense, mediatore nell’Alta Conflittualità, moderatrice.
L’incontro è stato aperto dal presidente Zonato che dopo i saluti ha presentato la UPF, spiegando che la federazione “negli ultimi anni ha prodotto una particolare accelerazione nella sua evoluzione attraverso l’inaugurazione a livello mondiale di una serie di progetti che operano nei principali settori della vita sociale”. Tra questi “non poteva mancare l’Associazione Internazionale Media per la Pace, che è il motivo per cui siamo qui insieme questa sera”. Ha poi rilevato “l’impegno concreto, direi senza precedenti, di UPF per costruire una cultura di pace attraverso azioni sinergiche con un approccio interreligioso e interdisciplinare”, per realizzare il quale è decisivo “l’apporto di una stampa libera e responsabile”.
Il webinar è proseguito con la presentazione di IMAP da parte del coordinatore Patanella: “Inaugurata nel corso del Summit 2020, svoltosi a Seoul, nella Corea del Sud, il progetto si avvale di una rete internazionale di professionisti e studiosi che hanno a cuore la libertà di stampa, l’indipendenza e l’autonomia dell’informazione, la responsabilità sociale dei media e i più alti principi del giornalismo etico”. Patanella ha rimarcato la convinzione “del ruolo vitale dell’informazione e della comunicazione per contrastare i totalitarismi, per diffondere e difendere la libertà, i diritti umani e per promuovere società più pacifiche e inclusive”. Dopo aver ricordato l’impegno di IMAP a sostegno degli obiettivi delle Nazioni Unite, illustrato le principali iniziative internazionali della World Media Association, già attiva dagli anni settanta del secolo scorso, sulla cui fondazione è nato il progetto Media per la Pace, ha concluso leggendo uno stralcio della Risoluzione inaugurale di IMAP, sottoscritta al Summit Mondiale 2020.
Dopo la proiezione di un filmato di presentazione del progetto ha preso la parola Maria Pia Turiello, che ha esordito affermando che “nel dialogo per la pace l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa nelle situazioni di conflitto è riconducibile al problema generale dell’influenza che i media possono avere sul pubblico”. Ha ricordato le difficoltà degli inviati di guerra nella costruzione delle notizie, per il problema della verifica delle fonti e dell’accesso alle aree dell’azione bellica e ponendo l’accento sull’importanza di confrontare la provenienza delle informazioni per formarci un’opinione consapevole e critica. “In definitiva - ha terminato - il ruolo dell’educazione alla pace resta decisivo, come recita, infatti, la carta dell’UNESCO, poiché le guerre iniziano nella mente degli uomini è nella mente degli uomini che le difese della pace devono essere costruite”.
“E’ da cinquecento anni che stiamo affrontando il tema della libertà di stampa perché viene sottratta. Ne parliamo perché abbiamo un problema costante di controllo del potere sulla stampa. Per questo c’è bisogno di trattare l’argomento per poterla tutelare”.
Il punto di partenza importante è il legame indissolubile che esiste da sempre tra potere e media e in che modo li controllo, ha spiegato il professor Lombardi. Riferendosi al recente rapporto annuale di Reporters sans frontières, ha evidenziato l’alto numero di giornalisti morti, incarcerati e dispersi. La ragione è che il giornalista “cerca la verità e fa il possibile per far diventare trasparenti quei luoghi che per loro natura sono opachi per gli interessi che portano. Quindi il giornalismo investigativo e d’inchiesta sono un toccasana”. Ha parlato dell’attuale situazione d’incertezza dell’opinione pubblica che rende possibili strategie comunicative che la rendono pressoché impotente e consapevole di essere destinataria di fake news. Il risultato è che “si schiera, diventando fan di fonti che sono del tutto incontrollabili, ma alle quali non può rinunciare per ridurre l’incertezza che non potrebbe sopportare”. Il professore ha concluso affermando che “questa è la drammatica situazione nella quale viviamo, che richiede sempre di più una consapevolezza responsabile, da parte degli operatori dei media, ma anche del pubblico, che deve rendersi conto che nel mondo complicato della comunicazione servono nuove competenze per poter essere dei fruitori consapevoli”.
Per Marino D’Amore: “un concetto fondamentale anche per la libertà di stampa e la comunicazione è la disintermediazione. Oggi più che mai abbiamo la possibilità di poter comunicare direttamente con la fonte dell’informazione”. Questo ci permette soprattutto di staccarci dal filtro dell’opinion leader che traduceva il messaggio dei media verso il pubblico, e di attivare il confronto avendo a disposizione diverse fonti. La nostra tendenza però, osserva Marino, è di approfondire le posizioni in cui già crediamo, attivando “l’azione manipolatoria di una parte dei media”.
L’ipersemplificazione, altro concetto illustrato, è il tentativo “di raccontare ciò che accade in una maniera più semplice possibile, che porta a una visione parziale e il più delle volte distorta dei fatti”. Ha parlato di derealizzazione e di post verità, che raccontano il mondo non spiegando ciò che accade realmente, ma cercando di toccare la componente emozionale del pubblico, portando una conoscenza della realtà faziosa e parziale. Ha ricordato che un evento diventa notizia quando risponde a determinati parametri, come il conflitto e la polarizzazione, cioè il porre su uno stesso piano due realtà confliggenti tra di loro che spingono il pubblico a schierarsi dall’una e dall’altra parte. “Penso che bisognerebbe fare un lavoro culturale di alfabetizzazione e di formazione rispetto alla cultura non solo digitale ma anche all’apprezzamento della differenza e dell’alterità”, ha concluso.
“Da giornalista ritengo che il brand è ancora importante, perché anche se non si può essere certi al cento per cento, avere una notizia da un brand affidabile, come una testata storica, dove si esercita una professione di giornalisti eticamente legati a regole e norme, sicuramente fa una differenza rispetto a riceverla da un contesto che assolutamente potrebbe non essere così affidabile”, ha affermato la dottoressa Rossignaud.
Ha parlato del progetto NewsMedia 4 Good dell’Osservatorio TuttiMedia di cui è vicepresidente; della crisi epistemologica e culturale che deriva da un diverso uso delle parole che l’algoritmo usa per dare ordini, mentre l’uomo per raccontare storie che possono essere interpretate soggettivamente. “Abbiamo bisogno di un riequilibrio dello storytelling che tenga conto della novità in corso come l’intelligenza artificiale generativa” ha auspicato. Altra immagine della crisi epistemologica e del contesto di caos in cui viviamo sono l’inautenticità delle foto create dalle macchine e la possiblità che l’intelligenza artificiale generativa possa essere scambiata per l’oracolo. “Noi esseri umani dobbiamo affrontare un’educazione alla pace, in un contesto culturale capace di mediare tra tutte le differenze sociali, economiche e culturali, per capire che non abbiamo bisogno di un oracolo, ma di una macchina che ci semplifichi la vita”.
Secondo Marco Respinti: “la penna è più potente della spada: sembra una boutade a effetto, ma è davvero così. La penna, e ciò che la penna scrive, cioè le parole, sono armi potentissime. Infatti, c’è nel mondo, e da sempre, chi le parole e le penne le vuole vietare, bandire. C’è chi limita la libertà di espressione, di parola, di scrittura, di stampa. Chi ha paura delle parole e della libertà”.
Per il relatore ci sono parole vuote, ma che inquietano e parole temute da molte centrali di potere, quando sono eco fedele della verità. Questa parola viene considerata un concetto demodé, dice Respinti, “eppure non esiste altro, al mondo, se non la verità”, il cui valore assoluto e irrinunciabile lo si capisce provando a farne a meno. Per Respinti i giornalisti “debbono concepirsi come piccoli e grandi, umili e potenti servitori leali e fedeli di Madonna Verità”, per il loro enorme potere.
A Edmund Burke è attribuita la famosa frase «affinché il male trionfi è sufficiente che i buoni non facciano alcunché». Il relatore la cita per affermare che “basta che la parola non operi per il bene per propiziare il male”. Respinti conclude affermando che “il giornalista deve scegliere se essere un soldato della luce o un armigero delle tenebre” e che se vuole essere obiettivo, se mira a essere sincero serve che si schieri. “Per questo come ho avuto occasione di ripetere agli amici che nei propri Paesi soffrono la persecuzione etnica e religiosa, i media possono essere i migliori alleati o i peggiori nemici”.
Il webinar si è concluso con una vivace sessione di domande e risposte e con l’invito a IMAP da parte dei relatori e del pubblico di organizzare nuove occasioni di riflessione e di approfondimento su questI importanti temi.





Redazione
 
  


 
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