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Dalla denuncia alla cura, non bastano i divieti
Oltre 230 milioni le vittime delle mutilazioni genitali femminili, secondo le stime di Unicef
06-10-2026 - Le mutilazioni genitali femminili non appartengono al passato. Secondo le più recenti stime UNICEF, oltre 230 milioni di ragazze e donne oggi viventi hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile, FGM.
Un numero che impone di guardare al fenomeno non soltanto come a una violazione dei diritti umani, ma come a una grande emergenza sanitaria e sociale internazionale.
I dati mostrano tuttavia che cambiare è possibile
In Egitto, uno dei Paesi nei quali il fenomeno è storicamente più diffuso, la prevalenza tra le donne già sposate tra 15 e 49 anni è passata da circa il 92% nel 2014 all'85,6% nel 2021.
I risultati preliminari dell'indagine 2025 indicano un'ulteriore discesa al 79,3%.
Tra le ragazze dalla nascita ai 19 anni il dato sarebbe sceso dal 14,2% del 2021 all'11,4%.
Sono percentuali ancora drammatiche, ma raccontano una tendenza che merita attenzione.
Anche in Burkina Faso, dove la pratica è vietata dalla legge dal 1996, la prevalenza tra le donne adulte è diminuita rispetto ai livelli registrati nei decenni precedenti.
La Somalia rimane invece uno dei casi più estremi: le stime internazionali indicano una prevalenza prossima alla totalità delle donne tra 15 e 49 anni.
La battaglia, però, non può limitarsi ai divieti
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che le FGM non hanno alcun beneficio medico e possono provocare emorragie, infezioni, complicazioni ostetriche, conseguenze sessuali e psicologiche che accompagnano una donna per tutta la vita.
Preoccupante è anche la cosiddetta "medicalizzazione": affidare la mutilazione a personale sanitario non la rende più sicura né accettabile.
È quindi necessario affiancare alla prevenzione una rete internazionale capace di assistere chi ha già subito queste pratiche.
Esistono esperienze sulle quali costruire
In Italia, l'Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana dispone di un Centro regionale dedicato alle mutilazioni genitali femminili e alla chirurgia ricostruttiva.
In Francia e nel Regno Unito operano servizi specializzati, mentre negli Stati Uniti strutture ospedaliere hanno sviluppato programmi multidisciplinari rivolti alle donne che hanno subito FGM.
È questa la strada che potrebbe essere rafforzata anche attraverso organizzazioni internazionali, associazioni professionali e realtà come il Rotary: collegare prevenzione, medicina, psicologia, formazione e cooperazione.
Non servono soltanto nuovi ospedali
Serve una rete.
Una rete capace di formare medici e operatori locali, sostenere le strutture africane, sviluppare programmi educativi nelle comunità e garantire alle vittime accesso alla deinfibulazione, alle cure specialistiche e, quando indicata, alla chirurgia ricostruttiva.
La mutilazione appartiene a una cultura che deve finire.
La donna che l'ha subita, invece, non deve essere abbandonata alle sue conseguenze.
Ed è proprio da qui che la cooperazione internazionale può trasformare una condanna in un'azione concreta.
Pierangelo Panozzo

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