Notizie dal Mondo

Condannati e impiccati altri due ragazzi in Iran…
Il regime iraniano contro le manifestazioni dei giovani per la libertà (il parere del generale Morabito della NATO Defence College Foundation)
08-10-2026 - Tra un “silenzio assordante” dei Media, due giovani iraniani sono stati impiccati, alle 5 del mattino, nella prigione di Dastgerd, Isfahan. Si chiamavano Alireza Sepahi, 24 anni, Alireza Raisi, 21 anni.
Due nomi che non dovevamo leggere su un certificato di morte o su un annuncio di esecuzione.
Si tratta del ricorrente atteggiamento tipico di uno “stato canaglia”.
Il regime iraniano li ha impiccati senza pietà.
La loro colpa?
Aver partecipato alle proteste di piazza del gennaio 2026.
Avere gridato nella Piazza Alikhani nella città di Isfahan la loro protesta contro un governo dei vecchi religiosi dalla lunga barba che da quasi 50 anni tiene in ostaggio l’intero popolo iraniano.
E’ una costante anche quella della sofferenza della popolazione nel corso del confronto armato con gli USA.
La magistratura di Mizan, voce dei mullah, li aveva accusati con le solite formule medievali che usano per uccidere i giovani della controparte: "Moharebeh - inimicizia contro Dio", "corruzione sulla Terra", "appartenenza a gruppo armato ribelle".
I due giovanissimi avrebbero, secondo l’accusa, ucciso quattro agenti delle Unità Speciali che stavano sparando contro chi stava manifestando la propria contrarietà.
Secondo una consuetudine del tutto iraniana si è svolto un processo farsa senza avvocati scelti dai due giovani (ma a cosa sarebbero serviti?).
Le confessioni sarebbero state estorte e avrebbero consentito alla corte suprema, in due settimane, di concludere il giudizio e dare ordini per procedere all’impiccagione.
Questa è la settima impiccagione del cosiddetto "caso Alikhani Square" da luglio.
Prima di loro: Abolfazl Sepahi Badjani 24 anni e Amirhossein Safari 27 anni sono stati impiccati in "pubblico” nella piazza stessa, il 28 luglio.
Non va anche dimenticato che Erfan Esfandiari 18 anni e Gol-Mohammad Mohammadi 23 anni, afghano, sono stati impiccati il 19 luglio.
Altri dieci ragazzi tra i 18 e i 27 anni sono ancora in isolamento a Dastgerd. Gli hanno informati che sarebbe pianificata la loro presentazione "dal giudice" sabato mattina prossimo. Parrebbe che li abbiano messi in cella singola.
Senza ombra di dubbio, possiamo dire che purtroppo aspettano la loro ora in isolamento.
Dallo scorso marzo sono 32 i manifestanti impiccati per le proteste di dicembre-gennaio. Tra loro un lottatore di 19 anni, Saleh Mohammadi.
Il regime teocratico ha ammesso 3.100 morti nelle proteste.
Alcune informazioni provenienti da Teheran fanno sapere che ci sarebbe circa un centinaio di manifestanti ancora a rischio esecuzione in 13 province.
Quanto precede, avviene a cinque giorni dalla Giornata Mondiale contro la Pena di Morte che si celebra il 10 ottobre.
Certamente non è un caso tale coincidenza. Nonostante tutto c’è anche nel nostro paese chi appoggia e giustifica il governo di Teheran includendo, purtroppo, anche i suoi cosiddetti gruppi terroristici “Proxy” (Hamas, Hezbollah, Houti).
A oggi non si sente/legge la notizia di una protesta contro lo stato iraniano che non è altro che "un regime che impicca ventenni per spaventare altri ventenni”.
Sarebbe ora di dire un “basta” a chi piace usare la parola "giustizia" per dei tribunali rivoluzionari presieduti da boia sciiti.
Basta con i comunicati tiepidi dell'ONU, con la "profonda preoccupazione" dell'UE, mentre a Teheran si contano i cadaveri di giovani che hanno espresso la loro contrarietà a quanto deciso dagli Ayatollah.
I due ragazzi vittime del governo iraniano non erano terroristi, erano semplicemente ragazzi che non ne potevano più di non avere lavoro, di non poter parlare liberamente, di vedere le loro sorelle/madri/fidanzate/amiche picchiate per un velo indossato non come previsto dalla polizia religiosa, di vivere sotto sanzioni e sotto turbanti. Sicuramente li hanno impiccati perché il regime inizia ad avere paura della tenuta interna al paese.
Appare palese che un regime che deve impiccare un ragazzo di 21 anni per sopravvivere è già morto (ma ancora uccide).
L'Iran che vorremmo sia non è quello dei mullah.
L'Iran sono, invece, quei due ragazzi le cui madri che oggi piangono a Isfahan senza nemmeno poter avere la certezza di poter avere indietro il corpo.
L’Iran che tutti in occidente sperano sia in futuro, deve identificarsi con i detenuti di Dastgerd che sono entrati in sciopero della fame quando hanno capito che li portavano in carcere.
Noi che leggiamo questa notizia nelle prossime ore, trattiamo la stessa non come un articolo ma come un’accusa del regime assassino che usa l’impiccagione come una forma di politica.
Non si deve interpretare il futuro silenzio passivo come complice ma bisognerebbe ogni volta indignarsi (allo stesso modo di altre morti) per più delle 24 ore e poi dimenticare l’avvenuto.
Ricordiamoci i loro nomi: Alireza Sepahi, 24 anni, Alireza Raisi, 21 anni, due ragazzi impiccati per aver chiesto una maggiore libertà.
Probabilmente impiccati proprio il 7 ottobre per sottolineare questa data e gli orrori perpetrati dai terroristi di Hamas. Mai dimenticare che Hamas era finanziato e armato da quello stesso regime iraniano che oggi ordina la pena di morte.
Oggi, l'Iran ribadisce il suo sostegno al gruppo terroristico di Hamas e al "fronte della resistenza" a Israele asserendo che quanto accaduto il 7 ottobre di tre anni fa ha accelerato il declino di Israele. Tutto tragicamente falso.
Per Teheran, assurdamente, l’azione terroristica ha sconvolto i calcoli dei nemici del fronte di resistenza e ha trasformato la sua "strategia difensiva” in una strategia offensiva per la legittima difesa del popolo palestinese.
Inaccettabile quanto precede cosi come sapere che le politiche del defunto leader supremo ayatollah Ali Khamenei e del suo successore (se ancora vivo) l'ayatollah Mojtaba Khamenei, sulla Palestina e sul fronte della resistenza continueranno "fino alla liberazione della Santa Gerusalemme”.
Questo Iran non dovrà mai disporre di armi atomiche, questo non è neppure da mettere in discussione.
Giuseppe Morabito

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