15:58 venerdì 16.10.2026
Biennale di Venezia 2026: l’arte come ‘’campo di battaglia’’
Proteste, diplomazia e nuovi protagonisti africani: la 61ª Esposizione Internazionale si apre tra le più turbolente della storia recente
fotografie di: P. Panozzo

09-05-2026 - L’acqua della laguna riflette, come sempre, il cielo e i secoli.
Ma quest’anno, nei Giardini e all’Arsenale, riflette anche qualcosa di più scomodo: la frattura profonda che attraversa il mondo e che l’arte, quando è autentica, non può ignorare né attutire.
La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia — In Minor Keys, progetto ideato da Koyo Kouoh — si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026, con il peso aggiuntivo del lutto: Kouoh, nata in Camerun e cresciuta tra l’Africa e l’Europa, direttrice esecutiva dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, era scomparsa improvvisamente nel 2025, pochi mesi prima dell’inaugurazione.
La Biennale ha scelto di onorarne la visione portandola a compimento, fedele al progetto originario.
Un gesto di rispetto che è anche un atto politico, perché quella visione era esplicitamente rivolta a voci a lungo tenute in “tono minore” dal canone occidentale.

Le porte chiuse e le strade in fiamme
L’8 maggio, nella giornata più tesa della pre-apertura, circa venti padiglioni nazionali tra i Giardini e l’Arsenale hanno abbassato le serrande in segno di protesta contro la presenza del Padiglione israeliano.
L’elenco comprende Austria, Belgio, Egitto, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Turchia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Qatar, Malta, Cipro, Ecuador, Regno Unito e il settore delle Arti Applicate.
Nel tardo pomeriggio, circa duemila manifestanti hanno tentato di sfondare il cordone della polizia in tenuta antisommossa che presidiava l’ingresso della Biennale in Campo de la Lana, nei pressi del padiglione di Tel Aviv.
La carica degli agenti è durata circa un minuto; il corteo si è poi ritirato senza feriti registrati.
Alle proteste si sono aggiunte le attiviste di Pussy Riot e Femen, che hanno fatto irruzione davanti al Padiglione della Russia gridando: “Russia kills, Biennale exhibits!” Il quadro che ne emerge è quello di un’istituzione culturale trascinata, suo malgrado, al centro delle più acute contraddizioni geopolitiche del presente.
Sul fronte istituzionale, la giuria internazionale ha rassegnato le dimissioni in aprile, e la Biennale ha annunciato la sostituzione dei tradizionali premi con riconoscimenti assegnati attraverso il voto dei visitatori.
Una risposta imperfetta, ma significativa, alle pressioni di una comunità artistica che chiedeva scelte più nette.

Un ambasciatore afghano tra i padiglioni
In questo clima di tensione e interrogativi, la presenza di S.E. Khaled Zekriya, ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Afghanistan in Italia, tra i visitatori della Biennale nella giornata di ieri assume un valore che va ben oltre il protocollo.
L’Afghanistan non ha un padiglione a Venezia: il regime talebano, che ha sequestrato le missioni diplomatiche afghane all’estero, non è il soggetto che rappresenta Zekriya, diplomatico di carriera che continua a incarnare lo Stato afghano nella sua dimensione prerepubblicana e nella sua diaspora intellettuale.
La sua visita alla Biennale è un atto simbolico denso.
In un contesto in cui si dibatte ossessivamente su chi merita di essere rappresentato e chi no, chi ha voce legittima e chi è escluso, un ambasciatore, il cui Paese d’origine è di fatto assente dalla scena culturale internazionale istituzionale, si aggira tra i padiglioni del mondo come testimone silenzioso.
L’arte, in fondo, è rimasta uno dei pochi spazi in cui il popolo afghano — disperso, esiliato, silenziato — continua ad esistere come soggetto culturale.
E Venezia, quest’anno più che mai, è il luogo in cui quella tensione tra presenza e assenza si fa più visibile.

Il debutto della Guinea Equatoriale: la foresta come inconscio
Tra le novità più significative di questa edizione figura un esordio africano che merita attenzione strategica, non solo artistica.
Sono sette i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte 2026: Repubblica di Guinea, Repubblica di Guinea Equatoriale, Repubblica di Nauru, Qatar, Repubblica di Sierra Leone, Repubblica Federale di Somalia e Repubblica Socialista del Vietnam.
La Repubblica della Guinea Equatoriale debutta con The Forest: The Undergrowth, un progetto espositivo che trasforma il sottobosco africano in metafora dell’inconscio e dello spazio di relazione tra uomo e natura, allestito a Palazzo Donà dalle Rose dal 9 maggio al 22 novembre 2026.
Il padiglione vede la partecipazione di oltre venti artisti internazionali, tra cui Fernando Nguema Madja, Ingrid Seall e Michele Stanzione.
L’installazione centrale di Seall, intitolata Manar, è realizzata con cellulosa, carta, ferro, manioca, argilla, cera d’api e residui organici: materie di scarto che si rigenerano in nuova materia viva, in una tensione verticale e spirituale che riconnette l’essere umano alle proprie radici ancestrali.
Per un Paese che negli ultimi anni ha cercato di costruire una propria proiezione internazionale — tra il Grand Hotel Djibloho e le ambizioni petrolifere del Blocco G — il debutto alla Biennale di Venezia rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso: la scelta di presentarsi al mondo attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea, con una narrativa che attinge alla foresta equatoriale come archivio simbolico collettivo.
Non è un gesto neutro. È una dichiarazione di identità culturale in uno spazio in cui l’identità è, quest’anno più che mai, materia di contesa.

Conclusione
La 61ª Biennale si apre, dunque, come uno specchio distorto del mondo.
I padiglioni chiusi parlano quanto quelli aperti.
Le strade di Venezia, per una volta, sono parte integrante della mostra.
E tra i visitatori, diplomatici senza Stato e nazioni che si affacciano per la prima volta sulla scena culturale globale ricordano che l’arte, quando non si accontenta di decorare il presente, ha ancora la capacità di renderlo illeggibile — e quindi, forse, di trasformarlo.
Pierangelo Panozzo


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