08:25 venerdì 16.10.2026
La guerra porta giovani lontani da casa
Gestito dalla Commonwealth War Graves Commission il cimitero di Castiglione dei Pepoli custodisce 502 sepolture della Seconda Guerra Mondiale
fotografie di: P. Panozzo

12-07-2026 - L’11 luglio scorso, ho visitato il Cimitero di Guerra Sudafricano di Castiglione dei Pepoli, sull’Appennino bolognese. Non è la prima volta che mi trovo davanti a un cimitero militare del Commonwealth — la mia attività giornalistica mi ha portato più volte a confrontarmi con la memoria dei conflitti del Novecento — ma questa visita mi ha colpito in un modo diverso, più intimo, difficile da mettere subito in parole.

Un cimitero, cinque paesi, un’unica sorte
Sono giovani provenienti da Paesi, culture e comunità diverse, accomunati dal destino di essere caduti lontano dalle proprie famiglie, in una terra che sarebbe diventata la loro ultima dimora.
Il cimitero, gestito dalla Commonwealth War Graves Commission, custodisce 502 sepolture della Seconda Guerra Mondiale.
Di queste, 401 sono di soldati sudafricani, 99 di soldati britannici e 2 di ufficiali del 4/13th Frontier Force Rifles, unità indiana aggregata alla Sesta Divisione Corazzata Sudafricana.
I caduti indù e sikh, secondo il rito della loro fede, furono cremati dopo una prima sepoltura provvisoria e sono oggi ricordati in un èB]Memoriale della Cremazione presso il Cimitero di Guerra Indiano di Forlì — un dettaglio che amplia, silenziosamente, il numero reale di chi da quelle terre lontane non fece più ritorno.
Il cimitero fu aperto nell’ottobre 1944 dalla Sesta Divisione Corazzata Sudafricana, che alla fine di settembre di quell’anno, insieme a un reparto americano, aveva liberato Castiglione.
L’avanzata verso Bologna proseguì nelle settimane successive, e ottobre si rivelò il mese più sanguinoso, prima che il fronte si bloccasse per l’inverno sulle montagne circostanti.

L’età che non ci si aspetta di leggere
C’è un dato che, più di ogni altro, mi ha fermato ieri davanti a quelle lapidi: l’età di alcuni dei caduti.
Il registro nominale conservato in loco documenta la presenza, tra i giovani sudafricani sepolti a Castiglione, di un soldato la cui età riportata al momento della morte era di appena quindici anni — un’età alla quale, oggi, si è ancora studenti, non si è chiamati a imbracciare un fucile su un fronte a migliaia di chilometri da casa.
Su un campione di 359 caduti di cui è nota l’età al momento della morte, l’età media si attesta intorno ai 26 anni: numeri che, letti uno dopo l’altro, restituiscono la fisionomia reale di questa Divisione — non soldati di professione, ma giovani, giovanissimi, arruolati per una causa lontana dalla loro terra natale.
Erano giovani provenienti da una società sudafricana complessa, allora ancora segnata da profonde divisioni interne — tra comunità di origine britannica, afrikaner e altre componenti — ma uniti in quella circostanza da un destino comune, lontano migliaia di chilometri dalla loro patria.

Una riflessione personale
Scrivo queste righe anche a titolo personale, oltre che professionale.
Sono un padre italo-sudafricano di cinque figli e camminare tra quelle file ordinate di croci, sapendo che alcuni di quei nomi appartenevano a ragazzi poco più che bambini, mi ha profondamente turbato.
Non è retorica: di fronte a quell’evidenza mi sono fermato, in silenzio, e ho pregato per loro.
Per chi, così giovane, ha attraversato un oceano per combattere una guerra lontana dalla propria terra e dai propri affetti, in un Paese che non conosceva, e non ha più fatto ritorno a casa.
È forse questo il senso più autentico di questi luoghi di memoria: non soltanto la commemorazione istituzionale, ma la capacità — a distanza di ottant’anni — di fermare chiunque vi passi, e ricordargli quanto giovane, quanto ingiustamente giovane, fosse il prezzo pagato.

Una comunità che non ha dimenticato
Vale la pena ricordare le parole pronunciate dal sindaco di Castiglione, Giuseppe Girotti, il 10 luglio 1945, in occasione dell’inaugurazione del Memoriale da parte del Primo Ministro sudafricano, Feldmaresciallo Jan Smuts: la promessa che i resti di quei giovani “Springboks” sarebbero sempre stati custoditi dalla gratitudine dei cittadini di Castiglione.

Una promessa che, visitando il cimitero oggi — curato, silenzioso, sospeso sulla valle del torrente Brasimone — appare pienamente mantenuta.
Perché la memoria non appartiene soltanto a chi ha perso la vita, ma anche a chi, molti decenni dopo, ha il dovere di ricordare.
In quel silenzio, ottant’anni dopo, Castiglione continua a custodire non soltanto delle tombe, ma delle giovani vite interrotte.
Pierangelo Panozzo


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