Notizie dall'Italia

Religioni e conflitti
''Il binomio resiste perché lo alimentiamo, ma si può disfare?...'' testimonianza di Pierangelo Panozzo
07-11-2026 - Sessantuno anni fa, il 28 ottobre 1965, veniva promulgata Nostra aetate, dichiarazione conciliare che aprì una stagione nuova nei rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre religioni. Quest’anno la ricorrenza si è inserita in una settimana carica di simboli: il quarantesimo anniversario dello storico incontro interreligioso di Assisi e, a Roma, il confronto sul contributo delle fedi alla costruzione della pace.
Ho partecipato al Centro Studi Americani all’incontro «Religioni e conflitti: un binomio che resiste?», promosso da At-One-Ment, iniziativa dei Frati Francescani dell’Espiazione, nell’ambito della XVII edizione del Festival della Diplomazia.
La domanda riguarda anche chi non crede.
Quando un’appartenenza religiosa entra nel linguaggio della guerra, cambiano la rappresentazione dell’avversario, la giustificazione della violenza e lo spazio concesso al compromesso.
Quando il conflitto diventa sacro
Ridurre le guerre alla religione è una scorciatoia.
Escludere che la religione possa alimentarle lo è altrettanto. Interessi territoriali, sicurezza, risorse e ambizioni politiche si intrecciano con memorie collettive e convinzioni profonde. In questo intreccio la fede può insegnare a riconoscere la dignità dell’altro oppure fornire una giustificazione per escluderlo.
Il passaggio più pericoloso avviene quando una rivendicazione politica viene investita di un’autorità assoluta. L’avversario smette di essere qualcuno con cui trattare e diventa qualcuno la cui esistenza appare intollerabile.
La concessione diventa tradimento, la mediazione diventa sospetta.
Qui le autorità religiose hanno una responsabilità precisa: impedire che il nome di Dio sottragga le scelte degli uomini al giudizio morale sulle loro conseguenze.
Chi parla in nome della fede
Leone XIV lo ha affermato al Colosseo il 28 ottobre 2025, davanti ai rappresentanti delle diverse tradizioni religiose: la guerra non è mai santa.
Una posizione che chiede coerenza a chi predica, educa e interviene nello spazio pubblico. La credibilità di un appello alla pace si misura anche dalla disponibilità a giudicare la violenza della propria parte.
Chi difende le vittime soltanto quando appartengono alla propria comunità lascia intatta la logica della contrapposizione.
Vale anche per il dialogo interreligioso, la cui prova più impegnativa arriva quando gli interlocutori sono lontani, scomodi o legati ai poteri coinvolti nei conflitti. Incontrarli richiede chiarezza: parlare non equivale ad assolvere, così come ascoltare non significa rinunciare a distinguere le responsabilità.
Il dialogo acquista valore quando permette di affrontare ciò che divide. Quando lo evita, rischia di ridursi a una fotografia di gruppo.
La riconciliazione si impara
Un tema merita particolare attenzione: la preparazione di chi lavora alla riconciliazione. L’iniziativa At-One-Ment richiama già nel nome l’idea di ricomporre una relazione, rendendo nuovamente possibile un legame tra persone e comunità separate.
È un lavoro che richiede competenze.
Occorre conoscere la storia di un conflitto, comprendere il peso delle umiliazioni subite, distinguere gli interessi negoziabili dalle convinzioni più profonde.
Occorre saper ascoltare anche quando il racconto dell’altro mette in discussione il proprio.
La storia del Rotary offre un esempio concreto.
Nel 1950, a Strasburgo, i governatori Roger Coutant, del Rotary Club di Lille, e Robert Haussmann, del Rotary Club di Stoccarda, diedero vita al primo Comitato Interpaese tra Francia e Germania del secondo dopoguerra.
L’obiettivo era ricostruire rapporti di amicizia e comprensione tra persone appartenenti a due Paesi appena usciti da una guerra devastante.
Quell’esperienza contribuì a un lavoro di riavvicinamento più ampio, affidato anche alle relazioni tra cittadini, club e comunità. Ricorda che la fiducia si costruisce attraverso incontri ripetuti, progetti condivisi e impegni mantenuti. La buona volontà è un inizio; per durare deve trovare organizzazione e continuità.
Occorre anche riconoscere le differenze di potere.
Chiedere a chi ha subito violenza di riconciliarsi, senza sicurezza e senza giustizia, può aggiungere una ferita. Un mediatore deve comprendere quando esistono le condizioni per avvicinare le parti e quando è necessario lavorare anzitutto per crearle.
Ciò che le religioni possono offrire alla diplomazia
Il Festival, intitolato What’s Next? Running on the Edge, interroga lo spazio della diplomazia in un ordine internazionale segnato da guerre e da un multilateralismo indebolito.
Le comunità religiose possono offrire un contributo concreto. Dove godono di fiducia, dispongono di una presenza radicata nella vita quotidiana e di contatti che durano oltre i vertici.
Possono contrastare la disumanizzazione dell’avversario e accompagnare le comunità nel difficile periodo successivo alla firma di un accordo.
Questa capacità dipende dalla loro credibilità. Una guida religiosa percepita come espressione di una parte può incontrare gli stessi ostacoli di un rappresentante politico.
L’autorevolezza si costruisce attraverso comportamenti coerenti, soprattutto quando difendere la dignità altrui costa il consenso dei propri sostenitori.
Il dialogo richiede inoltre identità consapevoli: sapere in che cosa si crede aiuta a incontrare l’altro senza pretendere di assimilarlo. Le differenze possono restare profonde mentre si lavora insieme per proteggere vite umane.
Una responsabilità che continua dopo gli incontri
Il binomio tra religioni e conflitti resiste perché continua a trovare uomini, interessi e linguaggi che lo alimentano. La sua persistenza non lo rende inevitabile: chi educa, guida una comunità o interviene nel dibattito pubblico può contribuire a rafforzarlo oppure a indebolirlo.
Il criterio per giudicare incontri come quelli di Assisi e di Roma è concreto: quali rapporti rendono possibili, quali ostilità aiutano a contenere, quali persone preparano alla mediazione. Il loro valore si misura anche dopo la conclusione, quando occorre dare seguito agli impegni e mantenere aperti i contatti durante una crisi.
La pace richiede accordi, garanzie e giustizia.
Richiede anche comunità capaci di riconoscere l’umanità di chi sta dall’altra parte. Il disarmo delle parole diventa credibile quando comincia a cambiare i comportamenti.
Pierangelo Panozzo

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