Quando una scelta non è più una scelta
Il trauma invisibile dei matrimoni forzati in Afghanistan; considerazioni della dottoressa Rrapaj
fotografie di: Cybernaua
03-06-2025 - ''Il 30 maggio ho avuto l'onore di partecipare a un evento presso l’Ambasciata dell’Afghanistan a Roma, promosso da NOVE Caring Humans in collaborazione con il Club Zonta Roma Capitolium che persegue il proprio progetto ‘’Il faro sulle donne di Kabul’’.
Un incontro dedicato all'arte, alla memoria e soprattutto alla speranza, in un Paese in cui essere donna è ancora un atto di resistenza.
Tra i molti temi affrontati, ce n’è uno che non riesco a lasciare indietro. Non perché sia più grave degli altri, ma perché continua a consumarsi nel silenzio, nella normalizzazione, nel dolore taciuto: quello dei matrimoni combinati.
In Afghanistan oggi, moltissime ragazze non possono andare a scuola, uscire da sole, prendere un mezzo di trasporto, fare la spesa senza un accompagnatore maschio. Ma soprattutto: non possono scegliere chi amare.
Il loro destino spesso viene scritto da altri, in famiglie che non chiedono il consenso, ma lo danno in loro vece.
Matrimoni decisi, imposti, contrattati.
E non importa che l’età della sposa sia 14, 15, o anche meno. L’accordo si chiude. La bambina diventa merce. La voce scompare.
Il trauma che non si vede
Come esperta in vittimologia, posso affermarlo senza esitazione:
il matrimonio forzato è una forma di violenza psicologica e fisica.
È una violazione dei diritti fondamentali. È uno strappo identitario che incide profondamente sulla percezione del sé, sulla fiducia, sull’autonomia emotiva.
Molte ragazze, costrette a sposarsi senza alcuna volontà, entrano in uno stato di dissociazione emotiva.
Per sopravvivere al trauma, smettono di sentire, smettono di sognare.
Inizia così una forma di esistenza passiva, fatta di sottomissione, silenzio, obbedienza imposta.
Non si tratta solo di una “vita difficile”: si tratta di una vita rubata.
So cosa vuol dire non poter scegliere.
E forse è anche da lì che nasce la mia sensibilità verso queste storie.
Nel mio lavoro ascolto tante storie.
E ogni volta che incontro una donna costretta a vivere una vita scelta da altri, mi domando:
quanto dolore si può contenere in un corpo che nessuno ha mai lasciato libero?
Quanto vale la libertà di una bambina che, invece di studiare, deve partorire a sedici anni?
Non cultura, ma controllo
È fondamentale chiarirlo:
i matrimoni forzati non sono una tradizione da rispettare. Sono un abuso da denunciare.
Non esiste cultura che giustifichi la cancellazione della libertà.
Dietro questa pratica non c’è rispetto delle radici: c’è il controllo dei corpi, la paura dell’autonomia femminile, l’ossessione per il potere maschile.
Quando una società impedisce a una bambina di sognare, di scegliere, di camminare da sola,
sta costruendo un sistema basato sulla sottomissione, non sull’identità.
E noi, cosa possiamo far?
L’indignazione non basta più.
Servono azioni. Voce. Educazione.
Servono progetti reali, come “Il Faro sulle donne di Kabul”, che puntano a creare connessioni, ascolto, percorsi di autodeterminazione.
Come professionista e come donna, sento il dovere di dare voce a chi non può parlare.
Di trasformare la mia competenza in impegno.
Perché ogni matrimonio forzato che si consuma senza che nessuno lo nomini,
è una sconfitta per tutte noi.
Se oggi abbiamo il privilegio di scegliere chi essere e con chi vivere,
abbiamo anche la responsabilità di alzare la voce per chi questo diritto non ce l’ha ancora''.
Approfondimento
Arte, testimonianze e solidarietà, nell’incontro organizzato a sostegno dei progetti di NOVE Caring Humans in Afghanistan.
In un tempo in cui la bellezza sembra avere sempre meno spazio, l’iniziativa ha ricordato il ruolo sociale dell’arte: creare legami, accendere coscienze, sostenere chi è lasciato indietro.
Durante l’evento, Susanna Fioretti, fondatrice di NOVE, ha illustrato come – nel pieno rispetto delle normative vigenti e grazie a un delicato lavoro di dialogo con le autorità locali – l’organizzazione riesca a portare avanti e ampliare le sue attività in Afghanistan, in particolare a favore delle donne capofamiglia. Formazione professionale, supporto all’imprenditoria femminile, panifici gestiti da donne, sviluppo agropastorale nelle province orientali: semi di rinascita che chiedono sostegno per poter crescere.
Reperire fondi per le emergenze è oggi più che mai essenziale.
Il Fondo Emergenza Donne Afghane – FEDA affianca i progetti di sviluppo già in corso per garantire cibo, medicine e riparo alle famiglie più vulnerabili.
Durante l’evento è stato presentato “In una casa isolata”, libro d’arte pubblicato da Edizioni Aliud (Gianluigi Bellucci), che unisce un testo inedito di Edoardo Albinati a cinque incisioni originali di Antonio Capaccio.
Su iniziativa degli artisti, parte dei proventi sarà devoluta a sostegno delle attività di NOVE in Afghanistan.
Capaccio ha inoltre messo generosamente a disposizione una selezione di preziose chine su carta, esposte per l’occasione.
Un ringraziamento anche al Club Zonta Roma Capitolium, da sempre attento alla condizione delle donne afghane, per il sostegno offerto all’iniziativa.
Klarida Rrapaj

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